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La verità può o non può essere conosciuta?
Dopo aver dimostrato che la verità esiste e che, fra due opinioni contraddittorie, necessariamente una è vera e l’altra falsa, per cui la verità è unica (vedi il post precedente ESISTE UNA VERITÀ OGGETTIVA? ANCHE SULL’AMORE?), ci siamo lasciati con la domanda: come possiamo conoscere la verità, specialmente sulle questioni più complesse e dibattute, e qui in particolare sull’amore?
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Lo scetticismo si auto-contraddice
L’asserzione “la verità non può essere conosciuta” è tipica dello scetticismo, nelle sue varie forme. Però se tu affermi: “la verità non può essere conosciuta”, significa che conosci almeno questa verità, cioè che la verità non può essere conosciuta; ma allora una verità la conosci, e quindi ti sei contraddetto. Visto che hai ottenuto una contraddizione, l’affermazione iniziale deve essere falsa, ed è vera dunque la sua negazione: la verità può essere conosciuta.
A tal proposito, una precisazione sulla nota espressione di Socrate: “So di non sapere”. Questa proposizione, presa in assoluto, è falsa, si auto-contraddice, perché affermo e nego nello stesso tempo di sapere. Tuttavia risulta vera (e saggia) se si considera relativamente a qualcosa: so di non sapere tutto, ma qualche cosa la so, ad esempio so proprio che non so tutto; ma non è vero che non so niente, altrimenti non potrei nemmeno affermare che so di non sapere tutto.
Ancora, lo scettico potrebbe dire: “Dubito di tutto”; ma chi dubita, non dubita di dubitare, è certo di dubitare, quindi non può dubitare di tutto. Se afferma di non avere nessuna certezza, è certo che non vi sono certezze; ma allora una certezza ce l’ha, perciò si contraddice. Dunque è impossibile dubitare di tutto, si deve avere qualche certezza.
Possiamo riconoscere i nostri errori perché possiamo conoscere la verità
Infatti Sant’Agostino, 1200 anni prima del cogito ergo sum (= penso, dunque esisto) di René Descartes (Cartesio) (1596-1650), così rispondeva all’obiezione degli scettici:
“«E se ti inganni?». Se mi inganno, esisto. Chi non esiste, non si può neanche ingannare: se mi inganno, perciò stesso io esisto. E poiché io esisto, dal momento che mi inganno, come posso ingannarmi di esistere, se è certo che esisto per il fatto stesso che mi inganno? Poiché dunque, se mi ingannassi, esisterei, anche se mi ingannassi, senza dubbio non mi inganno nel sapere di esistere”[1].
È vero che siamo esseri fallibili e che nella ricerca della verità possiamo cadere in errore (sulle cause dell’errore, rileggi il post VOLONTÀ, RAGIONE E SENTIMENTO – 3) Perché commettiamo errori nelle nostre valutazioni e decisioni? Come evitarli per amare davvero?), ma non è vero che ci sbagliamo sempre, altrimenti non potremmo accorgerci neppure di sbagliare. Se siamo in grado di individuare l’errore, è proprio perché possiamo conoscere la verità.
Il dubbio o il sospetto di un errore sono utili come stimolo per cercare e approfondire la conoscenza e controllare se una nostra convinzione è fondata e giusta o meno; ma il dubbio generalizzato e irrisolvibile è contraddittorio e impossibile. Infatti chi si definisce scettico su tutto in teoria, nella pratica non potrebbe vivere nemmeno un secondo con il sospetto che ogni conoscenza sia falsa o dubbia, non potrebbe dire neanche una parola, né compiere le scelte e le azioni più elementari come respirare, camminare, bere, mangiare, dormire, poiché tutto sarebbe incerto e rischioso… così sarebbe condannato al silenzio e alla morte.
Il nostro pensiero può raggiungere la realtà? Come possiamo conoscere la verità?
Dalla conoscenza dei fenomeni possiamo risalire alle loro cause
Si potrebbe però pensare, come Immanuel Kant (1724-1804), che noi conosciamo solo le nostre rappresentazioni della realtà come ci appare, il “fenomeno”, e non la cosa reale, la “cosa in sé” (o “noumeno”). Ma affermando che “la cosa in sé è inconoscibile”, questa sarebbe già una conoscenza della “cosa in sé”, conosciuta come inconoscibile, e si ottiene una contraddizione[2]. Dunque la “cosa in sé” è conoscibile.
Infatti come potrebbero esistere dei fenomeni, se non esistesse la “cosa in sé” che li manifesta? Proprio dalla conoscenza del fenomeno, noi possiamo risalire alla sua causa, l’oggetto reale che lo rende possibile, ottenendone una conoscenza forse parziale, ma vera, magari non completa né perfetta, ma sufficiente per individuare alcune sue proprietà essenziali e distinguerlo dagli altri.
Il realismo contro il dualismo gnoseologico e l’idealismo: non conosciamo solo le nostre rappresentazioni, ma attraverso di esse la realtà, che non è né esterna né interna al pensiero
Noi conosciamo la realtà attraverso le nostre rappresentazioni sensoriali e concettuali, non solo le rappresentazioni stesse, che sono sempre rappresentazioni di oggetti conosciuti, cioè delle cose stesse[3], se no di che cosa sarebbero rappresentazioni? Di nulla di reale? Allora non rappresenterebbero nulla e noi non conosceremmo niente; ma che noi conosciamo qualcosa è un fatto.
Notando la contraddittorietà del presupposto dualismo gnoseologico [conoscitivo] di Kant, alcuni filosofi successivi (ad es. Fichte, Schelling, Hegel) capirono che quella barriera insormontabile fra pensiero e realtà, eretta arbitrariamente a priori, non esiste: la realtà non è estranea al pensiero. Difatti, provate a pensare qualcosa di esterno al pensiero: per il solo fatto che lo pensate, non è più esterno! Ma d’altro canto, se non c’è l’esterno non c’è nemmeno l’interno, essendo relativi l’uno all’altro, e quindi la realtà non è neppure interna al pensiero umano, cioè generata da esso, perché esiste in modo distinto da esso, anche quando qualcuno non la pensa, ed esiste sia prima sia dopo che l’ha conosciuta[4].
Tuttavia i filosofi citati non si limitarono a criticare il dualismo gnoseologico di pensiero ed essere (realtà), ma passarono erroneamente all’estremo opposto: il monismo, per cui la realtà è il pensiero stesso, e ritennero che non esiste affatto una cosa in sé, una realtà in qualche modo distinta dal pensiero: le rappresentazioni che conosciamo (e non con cui conosciamo) sarebbero rappresentazioni del pensiero stesso, che produce la realtà: ecco perché tale corrente si chiama idealismo (ripreso poi in Italia fra gli altri da Benedetto Croce e Giovanni Gentile, tanto per fare due nomi famosi). La via di mezzo tra dualismo gnoseologico scettico e monismo idealistico è il realismo, che riconosce la dualità (distinzione) di pensiero e realtà, ma anche la conoscibilità di questa[5].
Se conoscessimo solo le nostre impressioni, esisterebbe solo la psicologia e non le altre scienze; e tutte le opinioni contraddittorie sarebbero vere
Oltre a quanto detto sopra, è evidente che la realtà non è interamente riducibile al pensiero anche per altri due motivi[6].
- Se l’intelligenza non potesse raggiungere la realtà, ma soltanto le proprie modificazioni, rappresentazioni e idee, ci sarebbe una conseguenza devastante per le nostre conoscenze scientifiche: poiché le varie scienze studiano ciò che l’intelligenza raggiunge, tutte le scienze non avrebbero per oggetto le cose reali esistenti al di fuori di noi, ma solo le modificazioni della nostra mente, e così tutte le scienze si ridurrebbero ad una sola: la psicologia.
- Ancor peggio, se la nostra conoscenza non raggiungesse degli oggetti almeno in parte indipendenti da noi, se conoscessimo soltanto apparenze soggettive, tutto ciò che ci appare sarebbe vero, e così anche i giudizi contraddittori sarebbero veri, il che è assurdo. Se ad es. una persona giudica che una certa cosa trasparente e brillante è un diamante, e un’altra persona dice che è vetro, perché così pare loro, avrebbero entrambe ragione. Ma in realtà quella cosa o è un diamante o non lo è, e noi lo sappiamo perché possiamo conoscere l’oggetto in sé, che non può corrispondere a due opinioni contraddittorie. Dunque, seppure non conosciamo tutto in modo completo ed esaustivo, è possibile “una conoscenza oggettivamente vera, per quanto sempre perfezionabile”, secondo la felice espressione di Giovanni Paolo II[7].
La verità esiste, è unica e può essere conosciuta
In conclusione, in questo e nel precedente post abbiamo accertato che:
- “la verità non esiste” è una proposizione falsa, quindi la verità esiste;
- “tutte le proposizioni sono vere” è falsa, quindi la verità è unica;
- “la verità non può essere conosciuta” è falsa, quindi la verità è conoscibile.
La prima verità conoscibile infatti è proprio questa: la verità esiste, è unica e può essere conosciuta[8].
Come possiamo accertare qual è la verità, anche in amore?
La logica del ragionamento: conoscere la verità di una proposizione mediante la sua dimostrazione
Tutto questo l’abbiamo dimostrato rigorosamente con la logica, ragionando; e la facoltà umana che opera i ragionamenti, ricavando le conclusioni dalle premesse, in base a regole logiche di inferenza, è la ragione (una funzione dell’intelletto).
In ogni ambito o disciplina scientifica, la dimostrazione di una proposizione, secondo i rispettivi metodi teorici e/o sperimentali (e nei loro limiti), è il ragionamento o argomentazione logicamente corretta che parte da premesse vere – princìpi primi o proposizioni già note per esperienza o ragionamenti precedenti – e inferisce, cioè ricava per induzione o deduzione l’affermazione in questione, mostrando così la sua verità.
Come ricavare le conclusioni corrette dalle premesse: il sillogismo e l’induzione
Un classico esempio di dimostrazione deduttiva nella forma di sillogismo (studiato ampiamente da Aristotele), in cui da due premesse di deduce una conclusione, è il seguente: “Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; dunque Socrate è mortale”.
L’induzione invece parte dall’osservazione e analisi di uno o più casi particolari e, individuandone una caratteristica in comune, ricava una proposizione universale che li riguarda, ad es.: (nelle medesime condizioni) il corpo A (di metallo) cade verso il basso, e così anche il corpo B (di legno) e C (di carta), ecc.; A, B, C, ecc. sono corpi; dunque tutti i corpi (in quanto dotati di massa, a prescindere dal tipo di materiale) cadono verso il basso (sono soggetti alla forza di gravità ad es. della Terra). Oppure: il ferro è un buon conduttore di calore ed elettricità, e così anche il rame, l’oro e l’argento, ecc.; questi sono tutti metalli; dunque tutti i metalli sono buoni conduttori di calore ed elettricità.
Per ricavare la verità di una proposizione universale non è necessario conoscere tutti i singoli casi: può bastare l’analisi di un singolo caso generico
È importante precisare che l’induzione è in grado di fornire una proposizione vera, universalmente valida per la classe di enti a cui si riferisce, anche senza l’enumerazione completa (spesso impossibile da conseguire) degli individui di tale classe che hanno una certa caratteristica in comune. Basta un’enumerazione incompleta o anche l’analisi di un singolo caso che siano sufficienti per riconoscere la ragione di un fenomeno o il fatto che un ente di una certa specie, trascurando le sue particolarità individuali, ha per essenza o natura una certa proprietà, e allora ogni individuo della stessa specie deve essere dotato della medesima proprietà. (Per stabilire se l’enumerazione è sufficiente a tale scopo vi sono delle regole, proposte ad es. da F. Bacon e J. S. Mill[9]).
Ad es. così conosciamo le verità di cui sopra, il fatto che il calore fa dilatare i metalli, che tutti i carburanti sono infiammabili, che tutti i pesci respirano sott’acqua e che tutti gli animali muoiono.
Se parte da premesse false, anche un’argomentazione logicamente valida può portare a conclusioni false
Attenzione: un’argomentazione è logicamente valida, ossia formalmente corretta, se la conclusione è derivata dalle premesse applicando le opportune regole di inferenza (che ognuno implicitamente conosce e utilizza spesso), e in tal caso se tutte le premesse sono vere si ottiene necessariamente una conclusione vera.
Ma la conclusione potrebbe essere comunque falsa se almeno una premessa è falsa, per cui bisogna stare attenti sia ai presupposti di partenza che al modo in cui da essi si ricava un’altra asserzione.
Basta un dimostrazione valida e con premesse accertate per considerare vera una proposizione
Possono esistere una o più dimostrazioni (o argomentazioni) diverse per ciascuna proposizione vera, ma ne basta una valida e con premesse accertate per ammetterla. In tal caso, se qualcuno propone mille argomenti contro di essa (nel caso di una verità incontrovertibile), si sa già a priori che devono essere sbagliati, ancor prima di sapere dove sta l’errore, anche se è utile analizzarli e mostrare dov’è: ci sarà sicuramente qualche premessa falsa e/o errore nel ragionamento (le argomentazioni invalide o errate sono dette fallacie, sofismi o paralogismi).
Questo perché un’affermazione, una volta dimostrato correttamente che è vera oppure falsa, rimane tale, e non potrà esistere alcuna dimostrazione del contrario, poiché una proposizione non può essere contemporaneamente vera e falsa, la sua dimostrazione esclude immediatamente la sua confutazione e viceversa.
Chi dimostra la verità di qualcosa, non la inventa, ma la scopre
Chi dimostra (o confuta) qualcosa non lo inventa, non decide di punto in bianco la sua verità (o falsità), ma la scopre soltanto, perché quella cosa è vera o falsa in se stessa, a prescindere dal fatto che venga scoperta o meno, come tante cose prima non si sapevano e molte ancora non le sappiamo.
Tanto per fare un esempio, il teorema di Pitagora è stato prima utilizzato e solo successivamente dimostrato vero (esistono centinaia di dimostrazioni di esso), ma è sempre stato vero (all’interno della geometria euclidea). Non potrà mai esserci una sua confutazione, e se mai ne venisse proposta qualcuna si saprebbe già in anticipo che deve essere certamente errata. Forse non tutti conoscono o ricordano come si dimostra il famoso teorema, ma tutti sanno che è stato dimostrato e possono applicarlo senza errore.
Perciò in generale, seppure non ricordiamo la dimostrazione di qualcosa che magari è importante per la nostra vita, ma l’abbiamo dimostrato una volta o sappiamo con certezza che è vero, possiamo continuare tranquillamente a ritenerlo vero, nonostante le mille obiezioni o i dubbi che potranno essere sollevati contro di esso.
Dobbiamo essere pronti a mettere in discussione le nostre convinzioni, ad approfondirle, verificarle e rivederle
Però, se manca questa rigorosa certezza, bisogna essere disposti a mettere in discussione le proprie convinzioni, o comunque ad approfondirle quanto necessario per verificarle o rivederle.
In tal modo la nostra ragione non si allontanerà dalla verità e si avvicinerà sempre più ad essa.
Possiamo conoscere la verità con la nostra ragione
Dunque come possiamo conoscere la verità nei vari ambiti e distinguerla dalla falsità, quando abbiamo dei dubbi o non è immediatamente evidente? Almeno quella autonomamente accessibile ad essa, con la ragione. In tal senso Sant’Agostino esortava:
“Non andare fuori di te, ritorna in te stesso. La verità dimora nell’uomo interiore. […] Dove giunge, infatti, ogni buon ragionatore, se non alla verità?”[10].
Allora dobbiamo ragionare sulla natura dell’amore per scoprire la verità su cosa significa amare, finalmente dal prossimo post!
Nel prossimo post: LA VERITÀ DELL’AMORE: COSA SIGNIFICA AMARE? – 1) L’amore è un compromesso o un dono? Di che cosa?
- L’amore è un sentimento, un compromesso, o donare gratuitamente?
- Come è necessario amare nella relazione di coppia? Cosa si deve donare? Se stessi? In che senso?
- Quali sono le 5 caratteristiche distintive del vero amore in una relazione di coppia?
Vedi l’indice di tutta la serie: AMORE – problemi e consigli
Questi post offrono consigli e riflessioni importanti sui dubbi e problemi in amore, difficilmente trovabili altrove.
Tuttavia, se hai bisogno di aiuto psicologico diretto, ti consiglio di rivolgerti ad un professionista.
Questo sito non è affiliato in nessun modo ad alcun servizio di consulenza psicologica.
Giusto per avere un riferimento, vedi ad es. https://www.unobravo.com/focus/relazioni
NOTE
- La città di Dio, 11, 26. ↑
- Cfr. Aniceto Molinaro, Metafisica. Corso sistematico, Edizioni San Paolo, Alba (Cuneo) 1994, pp. 53-54. ↑
- Tale proprietà della nostra conoscenza è detta intenzionalità, poiché essa ha sempre un contenuto, intende sempre delle cose, è rivolta a qualche oggetto. In un senso analogo e di uso più noto si parla di intenzionalità anche come proprietà della nostra volontà, che tende sempre a qualcosa da raggiungere come fine, oggetto della sua intenzione. ↑
- Cfr. Giuseppe Barzaghi, L’intero antropologico. Con Gentile oltre Gentile verso una rifondazione metafisica dell’antropologia tomista. Ovvero le virtualità tomistiche del discorso filosofico sull’autocoscienza e la corporeità umana, in “Divus Thomas, rivista quadrimestrale dello studio filosofico domenicano”, n. 46 (1), Bologna 2007, pp. 31-34. ↑
- Sulla necessità del realismo e l’insostenibilità dell’idealismo, consiglio di leggere il cosiddetto “Vademecum del realista principiante” in Étienne Gilson, Il realismo, metodo della filosofia, a cura di Antonio Livi e Maria Antonietta Mendosa, Leonardo da Vinci, Roma 2008, pp. 131-146, riportato anche in http://disf.org/gilson-realismo. ↑
- Cfr. S. Tommaso d’Aquino, Somma teologica, I, q. 85, a. 2; Jacques Maritain, Riflessioni sull’intelligenza, Editrice Massimo, Milano 1987, pp. 55-59. ↑
- Enciclica Fides et ratio, n. 82. ↑
- Considerazioni simili a quelle proposte e altre riflessioni significative sull’importanza della verità oggettiva per la scienza e la società si trovano in un interessante articolo di T. Theocharis e M. Psimopoulis, Where science has gone wrong, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature nel 1987 (vol. 329, n. 6140, pp. 595-598, leggibile in http://www.ivorcatt.com/2817.htm e http://www.ivorcatt.co.uk/x1cp.pdf), nel quale gli autori confutano le affermazioni “la verità non esiste”, “niente è certo, dubito di tutto”, “tutto è vero” mostrando la loro auto-contraddizione, e criticano l’epistemologia (teoria della scienza) falsificazionista (per cui un’ipotesi scientifica è solo falsificabile e mai confermata), scettica e relativista, concludendo che “gli scienziati devono riaffermare la preminenza dei concetti di oggettività e verità”, per la salvezza della ricerca scientifica e della società stessa, altrimenti destinate al caos e alla disintegrazione. ↑
- Vedi S. Vanni Rovighi, Elementi di filosofia, vol. I: Introduzione, logica, teoria della conoscenza, Ed. La scuola, Brescia 2013, pp. 92-94; 183-188. ↑
- Sant’Agostino, La vera religione, 39, 72. ↑
