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Quali scelte e azioni dovresti compiere per amare veramente il tuo partner? Esistono princìpi etici universali a cui puoi fare riferimento? Devi sempre seguire la tua coscienza morale?
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Esistono princìpi etici universali? Anche in amore?
Ama il tuo partner in modo gratuito, generoso, esclusivo, perenne e in unione totale, non usarlo solo finché ti va
Dopo i post dedicati al vero amore per il partner LA VERITÀ DELL’AMORE: COSA SIGNIFICA AMARE? – 1) L’amore è un compromesso o un dono? Di che cosa? e al matrimonio PER AMARE VERAMENTE BISOGNA SPOSARSI? Cosa comporta il matrimonio? È possibile scioglierlo?) bisogna iniziare ad addentrarsi ulteriormente nella pratica dell’amore, seppure occorrerà procedere dal generale al particolare.
Si è già capito che per amare veramente e in modo sempre più puro e perfetto in una relazione di coppia, è necessario applicare le cinque modalità dedotte dalla ragione in tale contesto: gratuità, generosità, esclusività, perennità, unione totale. La regola riassuntiva da tenere a mente per metterle in pratica è semplice: scegli e fai tutto ciò che si addice all’amore, amando in modo gratuito, generoso, esclusivo, perenne e in unione totale (o verso la totalità), e
“Non commettere mai nulla che sia contrario all’amore”
e affine all’egoismo: ama l’altra persona, non usarla solo finché ti pare e piace, ma donale completamente te stesso. Tale regola deriva in ultima analisi dal principio morale alla base dell’etica: “fai il bene ed evita il male”, ed è un’applicazione all’amore di coppia del connesso imperativo categorico kantiano:
“Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”[1].
Esiste una legge morale naturale, comune a tutte le persone?
In generale, le norme etiche fondamentali riconosciute dalla ragione come vincolanti per rispettare la natura umana e realizzarla pienamente, nelle sue dimensioni fisica, spirituale e relazionale, costituiscono la legge morale naturale. Questa è comune a tutte le persone, come uniche sono la natura o essenza psico-fisica umana e le esigenze razionali che derivano da essa, a prescindere dalle differenze individuali e culturali, politiche, sociali e religiose.
È utile riportare alcuni estratti dal Catechismo della Chiesa cattolica al riguardo, non perché si prenda acriticamente per buono questo testo, dato che stiamo svolgendo una trattazione filosofica di etica naturale e non di teologia morale (che attinge pure dalla rivelazione soprannaturale); ma proprio perché chiarisce che si tratta di princìpi conoscibili autonomamente dalla ragione umana e non solo per mezzo di una rivelazione divina:
La legge morale è naturale perché è riconosciuta dalla ragione, propria della natura umana, e permette di distinguere il bene dal male
“La legge naturale esprime il senso morale originale che permette all’uomo di discernere, per mezzo della ragione, il bene e il male, la verità e la menzogna”;
“mostra all’uomo la via da seguire per compiere il bene e raggiungere il proprio fine. La legge naturale indica le norme prime ed essenziali che regolano la vita morale. Ha come perno l’aspirazione e la sottomissione a Dio, fonte e giudice di ogni bene, e altresì il senso dell’altro come uguale a se stesso. Nei suoi precetti principali essa è esposta nel Decalogo [i Dieci comandamenti]. Questa legge è chiamata naturale non in rapporto alla natura degli esseri irrazionali, ma perché la ragione che la promulga è propria della natura umana”.
La legge morale naturale è universale e immutabile?
“Presente nel cuore di ogni uomo e stabilita dalla ragione, la legge naturale è universale nei suoi precetti e la sua autorità si estende a tutti gli uomini. Esprime la dignità della persona e pone la base dei suoi diritti e dei suoi doveri fondamentali”.
“L’applicazione della legge naturale si diversifica molto; può richiedere un adattamento alla molteplicità delle condizioni di vita, secondo i luoghi, le epoche e le circostanze. Tuttavia, nella diversità delle culture, la legge naturale resta come una regola che lega gli uomini tra loro e ad essi impone, al di là delle inevitabili differenze, principi comuni”.
“La legge naturale è immutabile[2] e permane inalterata attraverso i mutamenti della storia; rimane sotto l’evolversi delle idee e dei costumi e ne sostiene il progresso. Le norme che la esprimono restano sostanzialmente valide. Anche se si arriva a negare i suoi principi, non la si può però distruggere, né strappare dal cuore dell’uomo. Sempre risorge nella vita degli individui e delle società”[3].
(Sulla questione dell’esistenza di una morale universale, vedi questo futuro post più approfondito in un’altra serie).
Bisogna sempre seguire la propria coscienza morale?
La coscienza morale applica la legge morale naturale agli atti particolari per valutare la loro moralità
La legge morale naturale, considerata in astratto e nei suoi precetti fondamentali, è ancora troppo generica: come ricavare da essa le indicazioni dettagliate sulle scelte e le azioni da fare e quelle da evitare in pratica, nelle varie situazioni concrete in cui si trova il singolo soggetto? Bisogna utilizzare sempre la ragione pratica per determinare quali atti si devono compiere e quali evitare. Ciò che ci consente di applicare la legge morale naturale, che è universale, alle nostre situazioni personali particolari, indicandoci se un certo atto è buono o cattivo, è la nostra coscienza morale.
La semplice coscienza o autocoscienza è la conoscenza che la persona ha, tramite l’intelligenza, di se stessa, dei pensieri del proprio intelletto, delle volizioni della volontà e dei sentimenti della sentimentalità (affettività o emotività) (vedi questi futuri post di un’altra serie per scoprire cosa possiamo capire della nostra natura umana proprio grazie all’autocoscienza). Invece la coscienza morale, sulla base della legge morale oggettiva, dell’esperienza personale e tenendo conto della situazione particolare, riconosce la qualità morale di un preciso atto, ovvero se è conforme o si discosta dalla retta ragione, se è moralmente buono o cattivo.
La facoltà con cui l’uomo conosce la verità sul bene e sul male morale, e giudica le scelte e le azioni in base ad essa, è l’intelletto e in particolare la ragione, attraverso il ragionamento pratico che, a partire dalle premesse su menzionate (norme morali oggettive, esperienza personale e circostanze particolari), deduce come conclusione il giudizio morale sull’atto in questione. Dunque la coscienza morale deve essere un giudizio pratico della ragione, come spiegato pure dal Catechismo della Chiesa cattolica:
La coscienza morale è un giudizio della ragione con cui riconosciamo se una nostra azione è buona o cattiva
“La coscienza morale è un giudizio della ragione mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale [buona o cattiva] di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto. In tutto quello che dice e fa, l’uomo ha il dovere di seguire fedelmente ciò che sa essere giusto e retto”[4].
Infatti il giudizio pratico in generale è così definito da G. Basti:
“Con giudizio pratico dell’intelletto si intende l’atto dell’uomo mediante cui l’intelletto concorre a dare una valutazione razionale dell’oggetto dell’atto libero e soprattutto definisce quale sia in concreto l’atto da compiere che consegue a questa valutazione e che la volontà dovrà poi scegliere effettivamente di compiere”[5].
“Al termine del ragionamento pratico, l’azione da compiere definita dal giudizio concreto che consegue a quel ragionamento (“è bene, è male, per me, qui, ora, fare questo o fare quello”) viene offerta dall’intelletto alla volontà, perché essa scelga effettivamente di compierla”[6].
Può essere accompagnata anche da sentimenti e atti di volontà, ma la coscienza morale è un atto della ragione, non una sensazione irrazionale
La coscienza morale è quindi un atto dell’intelligenza, della ragione, non una strana sensazione misteriosa, sebbene possa provocare o essere accompagnata anche da sentimenti e volizioni, ed essere percepita come una “voce” autorevole di qualcuno, che è presente nel nostro intimo.
La coscienza morale non può essere un atto della sola volontà, perché la volontà non può decidere cosa è vero o falso, giusto o sbagliato, anche se può spingere a rifletterci (vedi il post VOLONTÀ, RAGIONE E SENTIMENTO – 2) Per amare serve anche la ragione?).
Perché la coscienza morale non può essere solo un sentimento
A maggior ragione non può essere un sentimento, che spinge verso il suo oggetto a prescindere se è vero o falso, giusto o sbagliato. Il sentimento tende solo al suo appagamento, non alla conoscenza della verità, compito esclusivo dell’intelletto.
D’altra parte la coscienza morale deve essere in grado di giudicare pure se è giusto o sbagliato assecondare ciascun sentimento in base alla verità sul bene e sul male morale; come potrebbe un sentimento fare questo nei confronti di un altro sentimento ed essere fonte di conoscenza certa, dal momento che tutti i sentimenti sono instabili, inaffidabili, mutevoli, presenti o assenti e spesso in conflitto tra loro? E se anche si giudicasse un sentimento con un altro sentimento, chi giudicherebbe quell’altro sentimento? Poiché i sentimenti spingono di frequente a scelte egoistiche o sbagliate, come potrebbe un sentimento o una sensazione giudicare se è giusto o sbagliato compiere una certa azione a prescindere dai sentimenti, o quando i sentimenti spingono nella direzione opposta?
Ad esempio, se non ti va di studiare o lavorare, ma riconosci che è necessario e giusto farlo, oppure hai voglia di tirare un pugno a qualcuno, ma riconosci che è sbagliato, questo è un giudizio della tua coscienza morale, e non può che essere razionale, non certo sentimentale, perché il tuo sentimento spinge in senso contrario, e a volte sbagliato. Ecco perché è importante seguire la propria coscienza.
Dobbiamo agire secondo la nostra coscienza, che non decide cosa è bene e male, ma lo riconosce in base alla verità della natura umana
“L’uomo ha il diritto di agire in coscienza e libertà, per prendere personalmente le decisioni morali. L’uomo non deve essere costretto «ad agire contro la sua coscienza. Ma non si deve neppure impedirgli di operare in conformità ad essa […]»[7]” [8].
Ascoltando la propria coscienza morale, la persona non crea i valori o la verità sul bene e sul male morale a seconda delle circostanze, ma li riconosce attraverso il ragionamento, scopre una legge morale naturale da cui dipende e che non è lei a darsi. Non decide cosa è bene e cosa è male, ma giudica le scelte e gli atti concreti secondo la verità dell’essere umano, che è sempre la stessa.
Per questo, dopo aver agito consapevolmente e volontariamente, la nostra coscienza morale ci fa sentire responsabili (chiamati a rispondere) delle nostre azioni, e proviamo soddisfazione, gratificazione, serenità se ci sembrano moralmente buone, o rimorso (senso di colpa) se ci sembrano cattive; ci sentiamo obbligati, in dovere di fare il bene e di evitare il male seguendo i dettami della nostra coscienza.
La coscienza erronea: la nostra coscienza morale può sbagliarsi?
La coscienza morale non è la fonte della legge morale e dell’etica da seguire, è solamente la sua applicazione ai casi particolari per mezzo della ragione pratica, che non è infallibile. Infatti, essendo un giudizio della ragione, e poiché la ragione può cadere in errore, anche la coscienza morale può essere erronea[9]:
“Accade che la coscienza morale sia nell’ignoranza e dia giudizi erronei su azioni da compiere o già compiute. Questa ignoranza spesso è imputabile alla responsabilità personale. Ciò avviene «quando l’uomo non si cura di cercare la verità [che dovrebbe sapere] e il bene [che dovrebbe fare], e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato [atto cattivo]»[10]. In tali casi la persona è colpevole del male che commette. All’origine delle deviazioni del giudizio nella condotta morale possono esserci […] i cattivi esempi dati dagli altri, la schiavitù delle passioni, la pretesa di una malintesa autonomia della coscienza […].
Se – al contrario – l’ignoranza è invincibile, o il giudizio erroneo è senza responsabilità da parte del soggetto morale [per errore involontario, di cui il soggetto non è consapevole e da cui al momento non può uscire da solo], il male commesso dalla persona non può esserle imputato. Nondimeno resta [oggettivamente] un male, una privazione, un disordine. È quindi necessario adoperarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori”[11].
Non siamo colpevoli del male commesso involontariamente, ma dobbiamo evitarlo educando la nostra coscienza
Infatti si può non essere moralmente responsabili del male compiuto a causa di un errore involontario o di un’ignoranza invincibile, ma ciò non significa che non sia di fatto un male, in contrasto con la verità sul bene, e nocivo per sé e per gli altri.
“L’errore è vincibile quando fosse possibile al soggetto, quale è hic et nunc [qui ed ora], disfarsene, il che suppone in lui almeno un certo dubbio che le cose non siano come egli pensa, che taluni dati del problema gli difettino e che sarebbe il caso, sarebbe dovere per lui d’informarsi meglio… Se questa possibilità non esiste, se il soggetto non ha alcun dubbio, se, pur riconoscendo la propria ignoranza, non vede che essa interessa la moralità del suo atto, l’errore è invincibile”[12].
Risulta evidente che la coscienza non è un principio assoluto di verità morale, come affermano il relativismo e il soggettivismo, perché se così fosse, quando ci sono due giudizi contraddittori o contrari emessi dalle coscienze morali di due persone, queste sarebbero considerate entrambe vere e valide; ma ciò è impossibile, perché si contraddicono a vicenda. In tal caso almeno una delle due coscienze deve essere erronea. Ad es. una dice: “Ho sbagliato a tradire”, e l’altra: “Non ho sbagliato a tradire”.
Perciò per avere una buona coscienza morale e affinché questa sia retta e veritiera, bisogna formarla e “allenarla”, cercando la verità, giudicando in base ad essa, chiedendo consigli e riflettendo e anche studiando per correggerla dai suoi errori. Se stai leggendo attentamente tutti i post che sto scrivendo, in realtà lo stai già facendo.
Segui sempre la tua coscienza; se le vai contro allora vuoi fare il male
Ecco come decidere delle tue scelte ed azioni: devi ascoltare la tua coscienza morale. La tua volontà deve volere ciò che, nella situazione particolare in cui ti trovi, è riconosciuto come bene dalla tua coscienza morale, che è un giudizio pratico della tua ragione. Quindi devi sempre obbedire al giudizio certo della tua coscienza morale. Infatti, se Tu agissi volontariamente contro di essa, sapresti di volere il male, e ti condanneresti da te stesso:
“L’essere umano deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza. Se agisse deliberatamente contro tale giudizio, si condannerebbe da sé”[13].
La volontà è libera di ascoltare o non ascoltare, seguire o non seguire i dettami della coscienza morale; ma fa la scelta giusta se la ascolta e la segue, quella sbagliata se non la ascolta o non la segue.
E se la tua coscienza si sbagliasse, dovresti seguirla comunque?
E se la tua coscienza morale fosse erronea, cioè si sbagliasse nell’applicazione dei principi etici generali al caso particolare, considerando bene ciò che in realtà è male? Se le andassi volontariamente contro, andresti contro ciò che la tua ragione riconosce come bene, e avresti quindi intenzione di fare il male, anche se poi oggettivamente non lo è se ti sbagli; se invece le obbedisci, senza sapere che ti sbagli, magari fai oggettivamente il male, ma senza l’intenzione di farlo, perché la tua intenzione è quella di fare il bene riconosciuto dalla tua coscienza: sei “in buona fede”, agisci “in coscienza”, pure se fai il male, non lo fai apposta, anzi vuoi fare quello che pensi essere il bene.
Viceversa, una scelta o un atto possono essere oggettivamente buoni; ma se la coscienza, errando, li presenta alla volontà come male, e la volontà vuole comunque farlo, allora vuole fare il male. La coscienza morale obbliga sempre, è doveroso ascoltarla e seguirla; però la coscienza erronea non obbliga assolutamente, oggettivamente, ma relativamente, soggettivamente, perché obbliga solo il soggetto che emette il giudizio erroneo, non gli altri: la coscienza morale non è autonoma (non determina la propria legge), la verità oggettiva e la legge morale naturale resta comunque la stessa[14].
Evitare che la tua coscienza si sbagli è tua responsabilità: informati e rifletti per agire ponderatamente
Allora devi cercare di avere una coscienza non erronea, ma retta e veritiera:
“La dignità della persona umana implica ed esige la rettitudine della coscienza morale. La coscienza morale comprende la percezione dei principi della moralità (sindèresi), la loro applicazione nelle circostanze di fatto mediante un discernimento pratico delle ragioni e dei beni e, infine, il giudizio riguardante gli atti concreti che si devono compiere o che sono già stati compiuti. La verità sul bene morale, dichiarata nella legge della ragione, è praticamente e concretamente riconosciuta attraverso il giudizio prudente della coscienza. Si chiama prudente l’uomo le cui scelte sono conformi a tale giudizio”[15].
(Torneremo sulla prudenza nel post QUALI CATTIVE ABITUDINI IMPEDISCONO DI AMARE, E QUALI BUONE ABITUDINI LO RENDONO PIÙ FACILE?, sulle virtù e i vizi). Dunque, scrive giustamente Battista Mondin,
“Se è vero che siamo responsabili davanti alla coscienza, è anche vero che siamo responsabili della nostra coscienza. Il che vuol dire che dobbiamo impegnarci per riuscire a formulare un giudizio veritiero sulle nostre azioni”[16].
Così, coltivando e seguendo la tua coscienza morale, potrai capire quali scelte ed azioni sono veramente giuste e quali no.
I giudizi della coscienza morale su cosa si addice o no all’amore
La coscienza morale, nel nostro ambito, deve applicare l’etica dell’amore ad ogni caso particolare, rispettando le cinque modalità per amare veramente. Ad esempio tradire è sbagliato in quanto contrario all’esclusività, quindi non dovrai farlo; lasciare è contrario alla perennità, quindi non dovrai farlo (se non ci sono impedimenti alla vera unione con l’altro, vedi il post COSA PUÒ IMPEDIRE DI VIVERE UNA VERA RELAZIONE DI COPPIA? Quando è giusto lasciare il partner?), ecc. In sostanza dovrai compiere o non compiere atti interni, di cui è consapevole solo il soggetto, ed atti esterni, dei quali possono avere conoscenza anche gli altri, in particolare la persona con cui stai, a seconda che si addicano o non si addicano all’amore.
Nei prossimi post procederemo quindi nell’analisi di queste scelte e atti concreti, concentrandoci prima sulla gestione dei sentimenti e poi su come dimostrare amore concretamente, sull’applicazione pratica delle modalità della gratuità, dell’esclusività e della generosità (alla perennità ho già dedicato il post LA VERITÀ DELL’AMORE: COSA SIGNIFICA AMARE? – 2) Bisogna impegnarsi e amare per sempre? e all’unione totale i post SESSO E UNIONE TOTALE – 1) Un valore da preservare? e – 2) Aspettare il matrimonio o no? Convivere o sposarsi direttamente?).
Nel prossimo post: Nel prossimo post: COME REGOLARSI COI SENTIMENTI? QUALI SEGUIRE PER AMARE DAVVERO?
- I sentimenti vanno tutti seguiti? Quali aiutano ad amare e quali no?
- Perché è importante riflettere prima di agire sull’impulso dei sentimenti?
Vedi l’indice di tutta la serie: AMORE – problemi e consigli
Questi post offrono consigli e riflessioni importanti sui dubbi e problemi in amore, difficilmente trovabili altrove.
Tuttavia, se hai bisogno di aiuto psicologico diretto, ti consiglio di rivolgerti ad un professionista.
Questo sito non è affiliato in nessun modo ad alcun servizio di consulenza psicologica.
Giusto per avere un riferimento, vedi ad es. https://www.unobravo.com/focus/relazioni
NOTE
- Fondazione della metafisica dei costumi, in Scritti morali, op, cit., p. 88. ↑
- Cf Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 10. ↑
- Nn. 1954-1958. ↑
- N. 1778; cfr. papa S. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor circa alcune questioni fondamentali dell’insegnamento morale della Chiesa, 1993, n. 28. ↑
- G. Basti, Filosofia dell’uomo, op. cit., p. 274. ↑
- Ibidem, p. 280. ↑
- Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, n. 3. ↑
- Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1782. ↑
- Cfr. B. Mondin, Manuale di filosofia sistematica, vol. 6: Etica e politica, op. cit., p. 92. ↑
- Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 16. ↑
- Catechismo della Chiesa cattolica, nn. 1790-1793. ↑
- J. De Finance, Etica generale, op. cit., p. 361; vedi ivi per la differenza con l’errore colpevole e non colpevole. ↑
- Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1790. ↑
- Cfr. B. Mondin, Manuale di filosofia sistematica, vol. 6: Etica e politica, op. cit., p. 93. ↑
- Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1780; Cfr. papa S. Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, op. cit., n. 61. ↑
- Manuale di filosofia sistematica, vol. 6: Etica e politica, op. cit., p. 93. ↑
