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Dopo un breve aneddoto sull’importanza dell’amore, prima di parlare di esso dobbiamo partire dall’innamoramento, e proprio dal primo “innamoramento”. Riporterò la mia esperienza, che sarà utile per riflettere, ma ognuno può iniziare a ricordare la propria, forse ritrovandosi in parte.
Se preferisci, dopo il primo paragrafo, salta direttamente all’ultimo, di carattere più generale.
Perché esiste l’amore?
«Perché nei film Disney c’è sempre l’amore?».
Questa domanda, che rivolsi a mia madre mentre stavo guardando uno dei classici Disney quando ero piccolo, è la prima che mi sia posto sull’amore.
Quando un bambino si interroga sul contenuto dei film che vede, non fa la stessa cosa che farà quando sarà cresciuto, perché un bambino, non potendo ancora paragonarli al mondo vero, in quei film crede rappresentata l’essenza della realtà, anche se in modo fantastico. Quindi per lui, chiedersi perché essi abbiano un certo contenuto, significa porsi le prime domande sulla vita e sul mondo.
Perciò se nella domanda sostituisco “nei film Disney” con “nella vita”, essa diventa: “Perché nella vita c’è sempre l’amore?”, che in una forma migliore suona così: “Perché la nostra vita ha necessariamente a che fare con l’amore?”.
Sembra una domanda scontata, e invece se proviamo a rifletterci non risulta facile dare una risposta (potremo darla solo più avanti in una futura serie di post). Per quali motivi prima o poi nella nostra vita ci troviamo a confrontarci con l’amore? Per ragioni biologiche, sentimentali, etiche oppure religiose? E possiamo evitare il confronto? Ma come possiamo evitarlo, se perfino scegliendo di non amare o di non porci domande su di esso sappiamo di prendere una decisione in merito all’amore, e dunque di prendere comunque una posizione in questo inevitabile confronto? E qual è la scelta migliore? Ti aiuterà a capirlo proprio questa serie di post!
La risposta di mia madre? Non la ricordo esattamente, però mi sembra che mi avesse detto o comunque fatto intendere che l’amore è una cosa importante.
Che fosse la “cosa” più importante, anzi quella essenziale, l’avrei capito ben presto, e ancor prima di capirlo ne avrei colto l’evidenza fin dalla mia prima esperienza di vita.
Il mio primo “innamoramento”
Avevo sei anni e mezzo quando iniziai la prima elementare.
Pochi giorni dopo l’inizio, le maestre decisero di spostarci casualmente di banco, probabilmente per aiutarci a fare conoscenza con gli altri compagni di classe. Io mi ritrovai “casualmente” accanto ad una bambina di nome Claudia. In men che non si dica facemmo amicizia, tant’è che, a riprova di questo, ricordo un significativo scambio di battute: «Sono contento di aver trovato un’amica come te», dissi io, e lei dolcemente rispose: «E tu sei il più bell’amico che abbia mai avuto!». Come avrei voluto tornare indietro per cogliere il significato premonitore di quelle parole, quando era già troppo tardi!
Segni rivelatori (col senno di poi)…
Nella classe, Claudia aveva un’amica di nome Elena, anzi era la sua migliore amica. Quando si stava avvicinando il giorno del proprio compleanno, Elena invitò tutta la classe a casa sua per festeggiare. Le avevo già comprato il regalo, quando Claudia mi telefonò e mi invitò a casa sua proprio per il giorno del compleanno di Elena. Ma come, pensai tra me e me, la sua migliore amica non va alla sua festa? Senz’altro si offenderà! E io come faccio, visto che le ho già comprato il regalo e che sarebbe davvero scortese non andare alla festa, assecondando la sua migliore amica che le darà questo dispiacere? Fatte queste considerazioni, mi trovai costretto a rifiutare l’invito, anche se a malincuore, essendo di un’amica a cui volevo bene. Così andai alla festa di Elena, e Claudia invece non ci andò, rafforzando il mio senso di sorpresa e perplessità.
Un giorno, assieme a mia madre, incontrammo Claudia, anche lei con la madre. Appena mi vide, Claudia si nascose dietro di lei, e rimase lì timida e imbarazzata mentre mia madre scambiava due chiacchiere con la sua.
E poi mi innamorai io…
Solo un anno dopo, a partire dalla seconda elementare, divenne chiaro – a me e a tutti i miei compagni di classe – che Claudia aveva fatto breccia nel mio cuore: ero palesemente cotto di lei. Posso dire con sufficiente sicurezza che i miei sentimenti divennero tali solo all’inizio della seconda elementare, e non prima.
Non passò molto tempo prima che iniziassi a scrivere delle appassionate e viscerali lettere d’amore a Claudia, per confessarle quei sentimenti che non avevo il coraggio di dichiararle a voce. Non solo Claudia non mi rispose mai, ma spesso strappava le mie lettere senza nemmeno aprirle: ricordo bene di averla vista compiere quel gesto con i miei occhi! E spero che Tu che stai leggendo non possa capire esattamente l’atroce dolore che ciò mi provocava, ma solo immaginarlo, cioè spero che Tu non abbia mai subìto una cosa simile nell’infanzia, perché, per quanto banale, ti spezza il cuore.
Infatti, per maggiore chiarezza, io distinguo tra capire ed immaginare i sentimenti che una persona descrive, avendo vissuto una certa situazione. Se io che l’ascolto ho ben presente il tipo di situazione perché l’ho già vissuta di persona, e di conseguenza ricordo di aver provato sentimenti simili ai suoi, posso dire di capirla. Altrimenti, facendo uno sforzo di immedesimazione, che riesce tanto quanto è acuta la mia empatia, posso al massimo dire che immagino come deve essersi sentita.
Un sentimento non (più) corrisposto
Rimasi innamorato di Claudia per ben tre anni e mezzo, cioè dalla seconda elementare sino alla metà della quinta, continuando di tanto in tanto a scriverle delle lettere, che ora almeno leggeva quasi sempre, ma senza rispondermi. In tutto quel periodo non potei né volli provare a distogliermi dal mio sentimento non corrisposto, perché per me sarebbe stato come strapparmi il cuore, tanto vi si era radicato. Questa situazione risultò dolorosissima per il mio animo, troppo sensibile e troppo innamorato per potermi impedire di diventare ogni giorno più triste e infelice.
Ti prego di credermi se ti dico che a causa di questo quegli anni della mia infanzia, normalmente considerati i più sereni e spensierati, si intrisero di una grigia tristezza tale che il colore di fondo della mia vita rimaneva scuro, spento e bagnato dalle lacrime, pur avendo dei buoni amici che di tanto in tanto gettavano qualche vivace sprazzo di colore su di esso, senza tuttavia riuscire a mutare l’opacità di fondo dei miei giorni. Quando stavo con loro effettivamente mi divertivo molto, specialmente con i miei due migliori amici, Valerio ed Eugenio. Soprattutto negli ultimi anni delle elementari riuscivo lo stesso ad apparire ai compagni simpatico, divertente e allegro. Ma l’allegria è cosa ben diversa dalla felicità, perché la felicità non dura un attimo: è la soddisfazione profonda della propria vita.
Quando si è innamorati non si riesce a pensare ad altri che a lui/lei
Ci fu addirittura una compagna, di nome D., che mi confessò di piacerle, proprio perché mi trovava divertente, ma sapeva bene che ero innamorato di Claudia e (poverina) non voleva importunarmi. Pur diventato un vulcano di scherzi e battute, e sebbene riuscissi a far ridere tutti, dentro il mio cuore piangeva sempre. È sorprendente come il comico e il tragico si trovino spesso uniti nella vita e nell’arte, nonostante l’apparente inconciliabilità. Ho altri episodi da raccontare a proposito di questo.
Spesso, dopo aver pranzato a mensa, le maestre ci portavano nel giardino della scuola. È lì che si manifestò forse per la prima volta, nei suoi stridenti contrasti, la mia lunaticità, in parte innata e in parte acuita dalla situazione, che tuttora fa indissolubilmente parte del mio carattere. Infatti amavo correre, giocare e scherzare con i miei amici, ma a volte provavo l’irresistibile esigenza di mettermi in disparte, di isolarmi dagli altri quando si faceva più dolorosa la percezione della mia distanza dalla loro gioia spensierata, che sentivo cozzare con la mia ineludibile disperazione.
L’amore può far soffrire anche da piccoli…
Ogni tanto arrivavo perfino ad inscenare, da solo o insieme ai miei amici, la mia morte: provavo uno strano piacere nel lasciarmi andare alla rappresentazione dei miei desideri autodistruttivi. Durante una di quelle macabre e patetiche scenette, Elena, che nel frattempo era diventata anche mia amica, mi riprese dicendomi: «Si può morire per amare, ma non amare per morire», una frase di cui la seconda parte non ha senso, presa alla lettera, ma il cui intento di farmi capire che non potevo esprimere il mio amore in quel modo era lampante: infatti non nego la mia speranza che Claudia mi vedesse durante quegli atti. Solo ora sono consapevole della mostruosità di quei gesti e dello spregevole e insensibile ricatto che lei potrebbe aver visto in essi!
…e suscitare pensieri depressi e contorti
Un giorno, sempre in giardino, dissi in faccia a Claudia: «Lo so che mi odi», e lei ribatté con forza: «Non ti odio!». Ma io non volevo crederle. Tuttavia, escluso questo sfogo, quasi mai le rivolgevo la parola, né tantomeno la importunavo gettandole addosso con insistenza il peso dei miei sentimenti o “provandoci” con più leggerezza come forse sarebbe stato normale: cercavo di non turbarla tenendomi tutto dentro.
In un altro momento, ci trovavamo in un parco giochi io, lei e la nostra comune amica Elena. Parlavo con quest’ultima, e guardando Claudia giocare spensierata tra i fiori e le farfalle descrivevo il mio sentimento per lei. Elena mi diceva: «Ma non vedi com’è felice e spensierata? Lasciala in pace!». Io, continuando a guardarla da lontano sdraiato su uno scivolo, nascosto dai suoi bordi, piangevo e avrei voluto scomparire pur di uscire dalla sua vita, se anche nonostante la mia scarsa invadenza questo le dava davvero fastidio come Elena lasciava pensare.
Però pensavo anche: non sono io la vittima sofferente del mio amore non corrisposto, anziché lei? Che fastidio le dà la semplice conoscenza dei miei sentimenti, quando non ho mai insistito affinché lei li ricambi? Io la lascio in pace davvero! È forse a causa di simili pensieri che mi convinsi che lei mi odiasse e preferisse che morissi, così almeno mi sarei tolto di mezzo.
Innamoramento o cotta immatura?
A onor del vero, i miei infantili sentimenti erano una commistione di egoismo ed altruismo. Infatti soffrivo fortemente quando vedevo soffrire lei. Una volta, mentre eravamo in classe, Claudia si era fatta male, non ricordo come. Non sopportando il fatto che lei soffrisse mentre io stavo bene, durante la lezione presi a schiacciarmi un dito tra due banchi: non potevo toglierle il suo dolore, ma volevo in qualche modo soffrire anch’io come lei, spinto da un primordiale ed autolesionistico senso di solidarietà.
Una compagna mi vide e, non riuscendo ad impedirmi di continuare, riferì chiaro e tondo alla maestra quel che stavo facendo e perché. Mi vergognai molto, nonostante le maestre conoscessero da tempo i miei sentimenti. Una di esse in seguito si ritrovò addirittura in mano una delle mie lettere (datale forse per dispetto da un compagno di classe), che lesse sotto gli occhi di tutti, per fortuna non ad alta voce. Io per l’imbarazzo mi misi a piangere, e lei mi consolò dicendomi che non dovevo offendermi se l’aveva letta, perché era bellissima e dimostrava che avevo un vero talento per le lettere d’amore.
Chi ama vuole bene all’amato/a
Un altro vivido ricordo riguarda un rimprovero rivolto a Claudia da una maestra: in quel momento dentro di me mi tormentavo con il pensiero pieno di rabbia per la maestra: perché fa così, perché fa così!? La deve lasciar stare!
In un’altra occasione, Claudia si era sentita male ed era svenuta nel corridoio, con tanto di piccole convulsioni. Puoi immaginare come mi sentissi io dopo averla vista! Fu subito portata in infermeria. Eravamo tutti preoccupati in classe, ma io ero sconvolto, ed ero impallidito violentemente. Inoltre un compagno si mise a fare battute sull’accaduto, e con noncuranza buttò lì che Claudia era morta (per scherzo naturalmente). Non ne potei più, e scoppiai a piangere a dirotto, e nessuno riusciva a calmarmi, tant’è che la maestra dovette accompagnarmi in infermeria per rassicurarmi, mostrandomi che Claudia stava bene. Quando la vidi, sdraiata sul lettino ma sveglia, finalmente mi tranquillizzai, e la maestra commentò, con disinvolta simpatia sdrammatizzante: «Claudia, ma che gli fai a ‘sti ‘òmini!», riuscendo a farci sorridere.
Perché l’innamoramento non era (più) ricambiato?
C’è da dire che il primo motivo a cui imputavo il rifiuto di Claudia era il mio corpo: ero un ragazzino piuttosto alto ma anche ciccione, seppure non obeso, lo dico senza mezzi termini, perché è la verità. Prima della seconda/terza elementare ero molto magro, perché non mangiavo volentieri a causa delle tonsille troppo grandi – stando a quanto mi hanno raccontato –, così me le avevano tolte insieme alle adenoidi. A partire da quel momento avevo iniziato a mangiare di più e ad ingrassare, sempre secondo i miei genitori.
Tardi, troppo tardi mi venne confessato, non ricordo esattamente da chi, che in prima elementare io piacevo a Claudia. E dopo? Com’è possibile che dopo, quando ha conosciuto i miei sentimenti a partire della seconda, non le è più importato niente di me? Si potrebbero fare molte teorie sulla risposta alle domande di allora, ma ormai nessuna potrebbe trovare un’effettiva conferma o smentita. Comunque, con o senza motivo, il rifiuto di Claudia era ormai palese. Era troppo tardi.
Come può trovare sfogo la frustrazione di non essere ricambiati
Un po’ per dote naturale, un po’ perché più grosso e massiccio del normale, ero molto più forte degli altri, perciò nei giochi – ma non solo – mi piaceva mostrare la mia prevalenza fisica sugli altri, ed essere temuto e oggetto di meraviglia per la mia forza. A volte risultavo davvero manesco e facevo male per sbaglio ai compagni, sebbene non abbia mai veramente fatto a botte o dato un pugno a qualcuno, per fortuna. Ciò non toglie che certi miei comportamenti fossero un po’ troppo aggressivi. Purtroppo sfogavo così la mia frustrazione di non sentirmi accettato ed amato. Ciononostante gli altri generalmente non mi consideravano antipatico, perché non ero come un classico bullo: a dispetto di certe giocose imposizioni fisiche, non ero mai prepotente a tal punto, e in fondo restavo una persona sensibile e divertente.
La mia infanzia è stata piena di aspetti contrastanti, come anche in parte la mia prima adolescenza. Ogni tanto facevo prendere a quei giochi turbolenti una piega quasi masochistica: mi mettevo spalle al muro ed incoraggiavo gli altri a darmi un pugno in pancia con la rincorsa. La mia resistenza fisica era elevata, ma dicevo di non sentire dolore concentrandomi sul pensiero di Claudia, cosa che potevano verificare una volta sferrato il colpo, come di fatto avveniva. Anche alle medie era nota ai miei compagni la mia incredibile capacità di prendermi a pugni fortissimi in faccia senza il benché minimo segno di dolore. Mi piaceva dare spettacolo della mia forza, perché era l’unica cosa di cui andassi fiero. Ma tutto era inutile e superfluo: senza l’amore di Claudia ero infelice, punto e basta.
Perché ci innamoriamo proprio di quella persona?
Perché mi ero innamorato proprio di lei? L’avevo scelta forse tra le altre per qualche caratteristica distintiva dell’aspetto e del carattere che la rendevano migliore di tutte oggettivamente e soggettivamente? In realtà ora so bene che queste domande non possono trovare risposta nei termini in cui sono formulate: per quanto a fondo si possa andare nell’analisi delle caratteristiche “amabili” di una persona, non se ne troverà mai alcuna che basti a giustificare l’innamoramento:
- né oggettivamente, cioè agli altri, e questo è evidente, altrimenti tutti ci innamoreremmo di una stessa persona ritenuta unanimemente migliore di tutte;
- e neanche soggettivamente, perché l’innamoramento spontaneo non si decide razionalmente sulla base delle caratteristiche dell’altro, secondo le proprie preferenze.
Le sue cause sono almeno in parte misteriose, perché l’innamoramento è una meraviglia, e la persona di cui ci si innamora è un dono, una nuova, inaspettata possibilità di vita offerta alla nostra libertà (e parte del mistero si potrà comprendere solo dopo nella vita), non il frutto di una ponderazione arbitraria.
Perciò si può dire che l’innamoramento è almeno in parte a-razionale: definirlo irrazionale significherebbe giudicarlo contrario alla ragione, mentre il termine “a-razionale” indica piuttosto come la spiegazione di esso non possa mai essere esaurita dalla ragione, non essendo determinato né totalmente comprensibile dalla sua logica. Tuttavia, se oggi è opinione comune escludere il riduzionismo razionale dell’innamoramento, non si può dire altrettanto a proposito dei tentativi riduzionisti di tipo biologico, psicologico e sociologico, etico e pseudo-religioso. Nel prossimo post discuterò l’essenza generale di queste teorie, evidenziandone l’estremismo unilaterale, ossia la pretesa di ridurre una realtà complessa ad una singola dimensione parziale o persino infondata.
Nel prossimo post: INNAMORAMENTO – 2) È solo questione di chimica?
- L’innamoramento è solo la manifestazione umana dell’istinto biologico di riproduzione?
- L’innamoramento è solo un’emozione utile alla società?
- Si può scegliere di chi innamorarsi?
- L’innamoramento è uno scherzo del destino? L’esito di ogni storia è già stato deciso e non possiamo farci niente?
- Allora perché ci innamoriamo?
Vedi l’indice di tutta la serie: AMORE – problemi e consigli
Questi post offrono consigli e riflessioni importanti sui dubbi e problemi in amore, difficilmente trovabili altrove.
Tuttavia, se hai bisogno di aiuto psicologico diretto, ti consiglio di rivolgerti ad un professionista.
Questo sito non è affiliato in nessun modo ad alcun servizio di consulenza psicologica.
Giusto per avere un riferimento, vedi ad es. https://www.unobravo.com/focus/relazioni
