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PER AMARE VERAMENTE BISOGNA SPOSARSI? Cosa comporta il matrimonio? È possibile scioglierlo?

Di CuoreMenteSpirito
PER AMARE VERAMENTE BISOGNA SPOSARSI Cosa comporta il matrimonio? È possibile scioglierlo?

 

Su cosa si basa un vero matrimonio? È necessario per amare pienamente?

 

L’amore è l’unione gratuita, generosa, esclusiva, totale e perenne, cioè il dono completo di sé, quindi per amare pienamente bisogna sposarsi

Se l’amore vero nella relazione di coppia prevede per sua natura l’unione gratuita, generosa, esclusiva, totale e perenne, ossia il dono completo di sé per amore dell’altro (rivedi i post LA VERITÀ DELL’AMORE: COSA SIGNIFICA AMARE? – 1) L’amore è un compromesso o un dono? Di che cosa? e2) Bisogna impegnarsi e amare per sempre?), allora l’amore comincia e continua a realizzarsi pienamente solo nel matrimonio. Esso infatti è il reciproco dono completo, esclusivo e definitivo di sé, nell’intima comunione di vita e di amore. L’amore è tale solo se si è disposti ad amare fino in fondo, sino alla fine, per tutta la vita; altrimenti si ama più se stessi e non l’altro.

Perciò il matrimonio inizia con una promessa irrevocabile:

“Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”[1],

fatta e poi realizzata liberamente per non ritirarla più, altrimenti non è matrimonio. Infatti, se si pronuncia tale promessa non avendo interiormente questa consapevolezza e questa volontà, oppure liberamente non la si attua (almeno inizialmente), realizzando il vero e proprio matrimonio “rato e consumato” (ossia celebrato validamente e portato a compimento con l’unione corporea), il matrimonio non è valido ma nullo, in realtà non c’è mai stato o non è mai stato “perfezionato”. A volte si parla erroneamente di “annullamento” del matrimonio da parte dei tribunali ecclesiastici, ma questi non possono annullare un matrimonio valido, che è indissolubile per sua natura. Possono invece riconoscere che un matrimonio era nullo fin dall’inizio, e rilasciare una dichiarazione di nullità.

 

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Il matrimonio prevede l’unione totale, l’indissolubilità e la fedeltà per sua natura, o solo quello religioso?

Che cos’è il matrimonio? La relazione personale di unione totale, esclusiva e indissolubile fondata sul dono reciproco dei due sposi, scelta e realizzata con piena consapevolezza e libero consenso da ognuno dei due. Perché bisogna sposarsi? Perché se si vuole amare davvero, il matrimonio è l’unica vera strada per vivere la pienezza dell’amore, nelle sue componenti di unione totale, esclusività e perennità.

Indissolubilità, fedeltà e totale unità (che comprende l’apertura alla fecondità, come vedremo nel prossimo post SESSO E UNIONE TOTALE – 1) Un valore da preservare?), sono caratteristiche imprescindibili dell’amore coniugale e quindi del matrimonio come istituto naturale. Naturale è ciò che fa parte della natura umana, corporea e spirituale, che riguarda l’essenza dell’essere umano in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Molti aspetti della vita umana e sociale cambiano e possono mutare nel corso del tempo, ma non la natura umana, che resta sempre la stessa.

Perciò il matrimonio come istituzione naturale è di per sé immutabile e non relativo al tempo, alla cultura o alla religione. Quanto dimostrato precedentemente, la ragione lo capisce da sé, senza ricorrere a verità di fede. Un discorso a parte vale per il Matrimonio come sacramento, ma non è di questo che sto parlando in questa serie di post, in cui tutto ciò che dico riguarda l’etica naturale dell’amore ed è autonomamente accessibile alla ragione.

 

Un matrimonio valido rimane per sempre (anche per i non credenti), o si può sciogliere?

 

L’indissolubilità e la fedeltà sono proprietà del matrimonio già come istituzione naturale; il cristianesimo le conferma soltanto

Abbiamo appena precisato le caratteristiche proprie di un vero matrimonio, dal punto di vista razionale, naturale, umano, non religioso. Quindi nessuno può dire che il matrimonio non è unione totale, esclusiva e indissolubile, che implica la negazione della poligamia, di relazioni extraconiugali e del divorzio per “riprendersi la propria libertà” e “risposarsi”. Queste sono proprietà naturali del matrimonio, legate alla natura psico-fisica umana, non sono specificamente cristiane. Chi le rifiuta non va contro la Chiesa o la religione, bensì contro la ragione, la morale e l’amore.

Ecco perché la Chiesa cattolica difende il valore universale dell’indissolubilità del matrimonio: non è qualcosa a cui devono attenersi solo i cristiani, ma tutti gli uomini, essendo una questione di diritto naturale, razionale. Il fatto che lo stesso insegnamento si trovi anche sia nell’Antico Testamento che nelle parole inequivocabili di Gesù (cioè nella Rivelazione scritta), non fa altro che confermare e approfondire ciò che la ragione umana (da sola, senza fede) può conoscere sulla fedeltà matrimoniale:

“Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto»” (Mt 19,3-6).
«Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio» (Mc 10,11-12; cfr. Mt 5,31-32; 19,7-9; Mc 10,2-12; Lc 16,18).

 

La separazione e il divorzio sono ammissibili (anche per la Chiesa)?

Invece in casi seri e gravi, anche in un matrimonio valido, è ammissibile (pure per la Chiesa) la separazione fisica dei coniugi, con la permanenza del vincolo matrimoniale, come spiega il Catechismo della Chiesa cattolica:

“Esistono tuttavia situazioni in cui la coabitazione matrimoniale diventa praticamente impossibile per le più varie ragioni. In tali casi la Chiesa ammette la separazione fisica degli sposi e la fine della coabitazione. I coniugi non cessano di essere marito e moglie davanti a Dio; non sono liberi di contrarre una nuova unione. In questa difficile situazione, la soluzione migliore sarebbe, se possibile, la riconciliazione. La comunità cristiana è chiamata ad aiutare queste persone a vivere cristianamente la loro situazione, nella fedeltà al vincolo del loro matrimonio che resta indissolubile[2][3].

Lo stesso Catechismo ricorda però che il divorzio civile potrebbe restare l’unico modo possibile di assicurare certi diritti legittimi, dunque senza colpa:

“La separazione degli sposi, con la permanenza del vincolo matrimoniale, può essere legittima in certi casi contemplati dal diritto canonico[4]. Se il divorzio civile rimane l’unico modo possibile di assicurare certi diritti legittimi, quali la cura dei figli o la tutela del patrimonio, può essere tollerato, senza che costituisca una colpa morale”[5].

 

Conferma di Papa Francesco

L’ha ribadito recentemente pure Papa Francesco, riprendendo quanto già scritto da Papa S. Giovanni Paolo II:

“In alcuni casi, la considerazione della propria dignità e del bene dei figli impone di porre un limite fermo alle pretese eccessive dell’altro, a una grande ingiustizia, alla violenza o a una mancanza di rispetto diventata cronica. Bisogna riconoscere che «ci sono casi in cui la separazione è inevitabile. A volte può diventare persino moralmente necessaria, quando appunto si tratta di sottrarre il coniuge più debole, o i figli piccoli, alle ferite più gravi causate dalla prepotenza e dalla violenza, dall’avvilimento e dallo sfruttamento, dall’estraneità e dall’indifferenza». Comunque «deve essere considerata come estremo rimedio, dopo che ogni altro ragionevole tentativo si sia dimostrato vano»[6][7].

 

Differenza tra il coniuge che lascia e quello che viene abbandonato

A causa della legge vigente, uno dei due coniugi potrebbe anche subìre per volontà dell’altro il divorzio civile, quindi ancora senza colpa, sottolinea sempre il Catechismo:

“Può avvenire che uno dei coniugi sia vittima innocente del divorzio pronunciato dalla legge civile; questi allora non contravviene alla norma morale. C’è infatti una differenza notevole tra il coniuge che si è sinceramente sforzato di rimanere fedele al sacramento del Matrimonio e si vede ingiustamente abbandonato, e colui che, per sua grave colpa, distrugge un Matrimonio canonicamente valido[8][9].

 

Il divorzio civile cancella un matrimonio valido? Ci si può “risposare”?

Comunque il divorzio civile non scioglie il patto, liberamente stipulato e attuato dagli sposi, di contrarre un vincolo indissolubile. Perciò in ogni caso, anche se separati o divorziati, dal punto di vista razionale e morale non ci si può “risposare” civilmente (anche se legalmente è consentito), o avere nel frattempo altre relazioni, perché le nuove unioni non sciolgono il matrimonio valido, ma costituiscono adulterio, tradimento della fedeltà perenne che si era scelta e promessa irrevocabilmente al marito o alla moglie, realizzandola poi di fatto almeno inizialmente.

Al contrario la soluzione migliore sarebbe, se possibile, riconciliarsi con il legittimo coniuge e ristabilire la coabitazione. Anche questo è confermato dal Nuovo Testamento:

“Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito – e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito – e il marito non ripudi la moglie” (1Cor 7,10-11).

Infatti in nessun caso un matrimonio valido può essere sciolto, perché è di per sé indissolubile, anche se il divorzio civile ne scioglie gli effetti civili. Quando si è scelto e attuato, consapevolmente e liberamente, il dono completo di sé all’altro, questo dono totale e definitivo non può essere ripreso indietro (se no che dono è?).

Una volta che la promessa irrevocabile di fedeltà è stata fatta e realizzata con piena consapevolezza e libero consenso, resta la promessa e l’impegno di amare per sempre, e chi ha promesso e realizzato l’unione totale (almeno inizialmente) non è stato costretto da nessuno, ma l’ha deciso egli stesso. Perciò, finché il coniuge vive, questa promessa non può essere revocata, non può essere cancellato il vincolo che è nato da tale promessa irrevocabile e da tale unione indissolubile.

 

Anche se si divorzia, la promessa di amare per sempre quella persona rimane vincolante, e il dono definitivo di sé non può essere ripreso indietro

Chi liberamente promette di amare per sempre, donandosi anima e corpo, e poi lascia, si auto-contraddice! È come se dicesse: “Decido di porre fine a ciò che ho deciso di rendere senza fine”. Non si può scegliere la perennità e poi rinnegarla, perché tale scelta ha per forza carattere definitivo. Se la si sceglie, si sceglie per sempre!

Questo vincolo indissolubile non è porre un limite all’amore, bensì l’unico modo per fare una scelta radicale e definitiva di amare fino in fondo, sino alla fine, per tutta la vita. Per amare davvero il partner è necessaria la scelta della perennità, altrimenti si sta dando all’altro un bene minore di quanto si potrebbe, e perciò si sta amando più se stessi dell’altro. Come ho già mostrato e ribadito nei posti richiamati all’inizio del presente, se vuoi amare, vuoi il bene maggiore per la persona amata, e allora questo bene non può essere donato “a tempo”, ma deve essere perenne. Poiché quel bene maggiore è il dono completo di te stesso, per dare alla persona amata il suo bene perennemente, devi starci insieme per sempre.

Lasciare una persona (per propria volontà) è non amarla ed amare più se stessi. Amare implica non lasciare, perciò lasciare implica non amare: non si può credere di amare e poi lasciare, perché se si amasse si amerebbe perennemente per donarsi del tutto all’altro, e dunque non si lascerebbe. Chi ama, non lascia; chi lascia, non ama. Allora è chiaro che il matrimonio è reso necessario dalla natura stessa dell’amore.

 

Il matrimonio civile è un vero matrimonio? Cosa occorre perché un matrimonio sia valido?

 

Il “matrimonio” civile non comprende la vera promessa matrimoniale: il consenso all’unione totale, esclusiva e indissolubile

Attenzione però: un certo rito potrebbe venire definito “matrimonio”, mentre in realtà non lo è affatto. Essendo il matrimonio il compimento dell’amore, che implica l’unione totale delle persone e la fedeltà perenne, la vera promessa matrimoniale deve esprimere il consenso all’unione totale, esclusiva e indissolubile (che poi si realizza di fatto). Un rito che esclude uno o più degli aspetti essenziali del matrimonio, viene a costituire non un matrimonio, ma un altro tipo di unione parziale che non c’entra niente.

Ad esempio il “matrimonio” civile attualmente celebrato in Italia (in Comune), di per sé non comprende la promessa irrevocabile di fedeltà perenne, non produce un vincolo indissolubile, perciò di per sé non è matrimonio (anche se l’intenzione interiore degli sposi potrebbe essere tale). Sostanzialmente non è altro che una “convivenza” ratificata legalmente, con qualche diritto e dovere civile in più. Spesso si ricorre a questo espediente perché in passato si è già contratto un vincolo permanente con un’altra persona, attraverso un matrimonio valido che non si vuole più rispettare (ciò nel caso dei divorziati). Oppure questa forma viene scelta proprio per escludere un impegno irrevocabile, in modo da sentirsi liberi di lasciare quando pare e piace.

Qui siamo ben lontani dall’amore, che trova compimento solo nel vero matrimonio, in cui ci si dona definitivamente all’altra persona. Senza il dono completo e definitivo di sé, non può esserci matrimonio, perché non può esserci amore. Le forme di unione parziale che escludono questo dono totale non sono matrimonio, poiché non sono unioni d’amore, ma frutto del compromesso tra due egoismi più o meno grandi.

 

Perché il matrimonio deve essere un rito pubblico?

Va precisato che affinché il matrimonio sia valido, il consenso dei due sposi all’unione totale, esclusiva e indissolubile deve essere sia interno che esternato e attuato, cioè voluto internamente, manifestato esternamente e poi realizzato nei fatti, perché una persona non può accettare la promessa dell’altra se non le viene manifestata mediante segni sensibili, come una dichiarazione verbale e/o scritta.

Inoltre noi non siamo puri spiriti isolati, ma abbiamo anche un corpo, viviamo in società, e il matrimonio è un fatto che riguarda tutta la persona e le sue relazioni sociali. Dunque deve essere sì un atto della volontà, ma anche materiale, tangibile e riconoscibile dagli altri: ecco perché il matrimonio deve cominciare con un rito pubblico. E naturalmente si tratta di una scelta che poi va messa in pratica.

 

Dopo aver promesso fedeltà perenne, il tradimento e il divorzio possono sciogliere il matrimonio?

Però se successivamente al matrimonio valido, “rato e consumato”, pur avendo promesso fedeltà perenne, si tradisce o si divorzia, offendendo la fedeltà e l’indissolubilità del matrimonio, ciò non significa che il matrimonio venga perciò stesso sciolto, perché la promessa fatta e attuata nell’unione totale (almeno inizialmente) resta per sempre, e anzi bisogna rispettarla anche dopo che si è venuti meno all’impegno preso o l’ha fatto l’altro.

Conclusioni molto dure da accettare? Lo so, ma queste sono le esigenze dell’amore vero. O così, o niente amore vero per l’altro, ma solo egoismo, più o meno grande. Quindi ricordiamo: unione totale, esclusività e perennità, o niente matrimonio, niente amore.

 

Le altre componenti dell’amore (grautità e generosità) non sono incluse nel matrimonio?

E la gratuità e la generosità? Certo, se ti sposi la generosità ci vuole, perché il sacrificio di te stesso per donarti completamente all’altro lo puoi fare solo amandolo più di te stesso. Ma amare in modo sempre più generoso, pensando sempre all’altro prima e più che a se stessi, è qualcosa che perfeziona l’amore, che non si pretende affinché il matrimonio sia valido.

Lo stesso vale per la gratuità, che purifica l’amore: imparare ad amare in modo davvero disinteressato, incondizionato, puramente per amore dell’altro. Il matrimonio è necessariamente unione totale, esclusiva e indissolubile, mentre tende al perfezionamento della generosità e alla purificazione della gratuità, che tuttavia non si pretendono per la validità della promessa.

 

…E se non te la senti di sposarti? Basta il sentimento o ci vuole qualcos’altro?

 

L’impegno del matrimonio è sostenuto dalla volontà di amare, non dal solo sentimento che cambia nel tempo e a seconda dei momenti

Nel matrimonio i due sposi prendono un impegno definitivo che non si basa sul sentimento dell’amore, ma sulla promessa di unirsi ad uno solo per tutta la vita. Non avrebbe senso promettersi amore eterno spinti solo da un sentimento mutevole, instabile e che eterno non è (vedi il post NON SONO PIÙ INNAMORATO/A. CHE FARE? – 1) La fine dell’innamoramento è normale). Promettere ha senso solo se si può continuare ad amare e se è possibile fare e mantenere la scelta a prescindere dai sentimenti. Dunque si può fare questa promessa, cioè sposarsi, solo con un atto di volontà (vedi il post COME RISOLVERE LE CRISI, I PROBLEMI SENTIMENTALI E RESTARE INSIEME? L’amore è un sentimento o un atto di volontà?).

Non che il sentimento di amore, se c’è, vada escluso; ma esso è subordinato al vero amore, che consiste nell’adoperarsi per il bene dell’altro dando la propria vita per lui, con o senza l’aiuto dei sentimenti positivi e opponendosi a quelli negativi. È normale che Tu possa non sentirtela di sposarti, pensando a tutte le conseguenze dell’impegno; ma sposarsi non è frutto di un sentimento, bensì un atto di volontà.

L’istinto di alimentazione può venir meno. In tal caso l’atto di alimentarsi, poiché rimane giusto e necessario per vivere, deve essere compiuto comunque con la forza della volontà. La stessa cosa vale per l’amore. Dopo la fine dell’innamoramento, il sentimento di amore si affievolisce, non si fa sentire come prima e compete con altri sentimenti contrari. Ma siccome l’innamoramento non è l’amore, la fine dell’innamoramento non è la fine dell’amore, quindi l’amore può e deve rimanere, anzi deve purificarsi e perfezionarsi sempre più. Né l’affievolimento dei sentimenti positivi, né la forza di quelli negativi possono distruggerlo, perché dipende dalla libera volontà di chi sceglie di amare.

 

Come si fa ad amarsi anche quando “non ci si ama più”? L’amore è la dedizione all’altro

Anche se in un certo momento o periodo oppure indefinitamente non si prova o avverte il sentimento dell’amore, si usa la volontà razionale di amare per dimostrare l’amore, amando di fatto (vedi il post COME ATTUARE LA SCELTA DI AMARE VERAMENTE E MANTENERE SOLIDA LA RELAZIONE? Cos’è la volontà razionale di amare?). Invece non è detto che, se si prova il sentimento dell’amore, allora automaticamente lo si dimostri amando, perché il sentire di per sé non implica l’agire, e amare non è sentire, ma volere e agire per il bene dell’altro.

Dunque quale delle due cose è meglio: provare o dimostrare amore per qualcuno? Il sentimento o la volontà razionale di amare? Chiaramente la seconda, perché con la volontà senza il sentimento si può amare, mentre con il sentimento senza la volontà che decide di metterlo in pratica non si ama affatto.

Non è necessario che Tu sia spinto dai sentimenti per amare gratuitamente, generosamente, esclusivamente, in unione totale e perennemente, o che ti sforzi di suscitare sempre in te stesso i sentimenti positivi verso le persone da amare. Solo la volontà razionale di amare è necessaria. Quando ami gratuitamente, generosamente, esclusivamente, in unione totale e perennemente, anche se non ti viene spontaneo e costa sforzo e sacrificio, in realtà ami veramente. Questo significa non solo che se ami allora ti adoperi per il bene dell’altro, ma che se ti adoperi per il bene dell’altro donandoti completamente a lui, allora lo ami davvero, a prescindere dai tuoi sentimenti. Perché l’amore equivale alla dedizione all’altro.

 

Che differenza c’è tra fidanzamento e matrimonio? Può essere giusto rompere un fidanzamento?

 

Il fidanzamento è l’impegno di andare verso il matrimonio, verso il dono completo e definitivo di sé

E se si è fidanzati, ma non ci si può ancora sposare perché non è ancora possibile vivere in unione totale, ad esempio a causa della mancanza di un lavoro e una casa? Allora bisogna aspettare e cercare di porre le basi necessarie per poter compiere quel passo.

Anche il fidanzamento si basa sull’impegno sostenuto non dal sentimento dell’amore, ma dalla volontà razionale di amare. Tuttavia non è ancora un impegno definitivo, ma quello di andare verso il matrimonio, in direzione del dono completo e definitivo di sé. Il fidanzamento serve appunto anche a verificare che entrambi abbiano le intenzioni adeguate e le condizioni concrete per poter compiere quel passo.

Il tuo fidanzato o la tua fidanzata è la prima persona che dovresti amare, non un oggetto da usare finché ti sta bene

Questo però non significa che Tu possa rompere il fidanzamento quando ti pare e piace. Anzi è il contrario: se vuoi amare veramente un’altra persona, e non solo te stesso, non devi mai lasciare quella con cui stai (tranne nel caso di impedimenti alla vera unione, che chiariremo nel post COSA PUÒ IMPEDIRE DI VIVERE UNA VERA RELAZIONE DI COPPIA? Quando è giusto lasciare il partner?), perché è proprio lei la prima persona che sei chiamato ad amare, non a usare finché ti sta bene, poiché come te è un soggetto umano da rispettare e trattare come fine, non un oggetto da utilizzare: ricordiamo ancora l’imperativo categorico kantiano:

“Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”[10].

Immanuel Kant

 

La rottura di un fidanzamento è possibile, ma è giusta solo in caso di impedimenti alla vera unione

Certo, mentre lo scioglimento di un matrimonio valido non solo è ingiusto, ma anche impossibile una volta che la promessa di unione totale e fedele per sempre è stata fatta ed attuata (almeno inizialmente) con piena coscienza e libero consenso, la rottura di un fidanzamento, senza i giusti motivi (in assenza di impedimenti), è soltanto moralmente sbagliata, ma possibile, per cui il vincolo del matrimonio è indissolubile, mentre quello del fidanzamento è solubile, seppure non sempre senza colpa. Infatti, se sei fidanzato o fidanzata e vuoi amare davvero, allora devi comunque rispettare le modalità per farlo veramente: amare gratuitamente, generosamente, esclusivamente e perennemente la persona con cui stai.

L’unica cosa che non puoi ancora fare, è viverci in unione totale, anima e corpo, prima di sposarti. Per questo, da fidanzato o fidanzata, devi tendere al matrimonio, per realizzare pienamente il tuo amore e la tua aspirazione ad una relazione di coppia solida ed autentica, in unione veramente totale con l’altro. Ma davvero da fidanzati non si può ancora vivere in unione totale? Scoprilo nel prossimo post!

 

Nel prossimo post: SESSO E UNIONE TOTALE – 1) Un valore da preservare?
  • Quali sono le due caratteristiche proprie del rapporto sessuale umano? Come viverle in pienezza?
  • Ci sono metodi “contraccettivi” migliori di altri e leciti?
  • Seguire il proprio istinto sessuale è sempre la cosa migliore? Qual è il suo vero scopo?

 

Vedi l’indice di tutta la serie: AMORE – problemi e consigli

 

Questi post offrono consigli e riflessioni importanti sui dubbi e problemi in amore, difficilmente trovabili altrove.
Tuttavia, se hai bisogno di aiuto psicologico diretto, ti consiglio di rivolgerti ad un professionista.

Questo sito non è affiliato in nessun modo ad alcun servizio di consulenza psicologica.
Giusto per avere un riferimento, vedi ad es. https://www.unobravo.com/focus/relazioni

 

NOTE
  1. Tratto dalla prima forma del sacramento del Matrimonio cristiano cattolico: “Io N., accolgo te, N., come mio/a sposo/a. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.
    La specificazione “con la grazia di Cristo” si aggiunge proprio nel sacramento del Matrimonio, oggetto della fede cristiana e della teologia, rispetto al resto, che fa parte del matrimonio come istituzione naturale, perché è comunque richiesto già dalla sola ragione in quanto derivante dalla natura umana, come si dirà fra poco. Perché in più sia necessaria la grazia, l’aiuto divino, sarà chiarito nella sezione del sito RAGIONE e FEDE.
  2. Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, n. 83.
  3. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1649.
  4. Cf CIC canoni 1151-1155.
  5. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2383.
  6. Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 83.
  7. Papa Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia sull’amore nella famiglia, n. 241.
  8. Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, n. 84.
  9. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2386.
  10. Fondazione della metafisica dei costumi, in Scritti morali, op, cit., pp. 88.

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