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La ragione in amore: perché riflettere su cosa significa amare?
Il “cuore” e la “testa” non sono spesso in contrasto? A cosa serve la ragione in amore?
La ragione? E che c’entra la ragione con l’amore? I sentimenti e la ragione non sono spesso in contrasto? Non si sente dire spesso che il “cuore” (sempre erroneamente inteso) suggerisce una cosa e la “testa” un’altra? Invece in questo e nei prossimi post mostrerò come il sentimento dell’amore e la ragione, assieme alla volontà, possano trovarsi in armonia e dare il proprio contributo all’amore, ciascuno secondo la propria modalità, il suo ordine e il proprio ruolo.
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Innanzitutto devo precisare che non parlerò ampiamente della conoscenza umana, della sua validità e delle potenzialità della ragione in senso lato, essendo questo un ambito vastissimo (è la parte della filosofia chiamata gnoseologia), e non potrò soffermarmi sulle leggi del pensiero e la correttezza dei ragionamenti in generale (studiati dalla parte della filosofia che si chiama logica). Infatti qui non mi concentro sulla ragione speculativa (che servirà comunque per scoprire la verità su quanto ci interessa), ma sulla ragione pratica, poiché l’oggetto in esame è l’etica dell’amore, e sarà quindi necessario analizzarla in rapporto alla volontà di amare.
In realtà nei post precedenti ho già mostrato l’uso della ragione, ad esempio in modo analitico, critico e deduttivo, per dimostrare l’inadeguatezza dello spontaneismo e degli altri criteri di scelta per amare davvero, e ricavare poi quello “nuovo” – amare l’altro per amore dell’altro –. Ma in questo presenterò un suo utilizzo più costruttivo e “sintetico” al fine di chiarire in cosa consiste precisamente la scelta di amare nella relazione di coppia.
Se l’amore è donare, che cosa bisogna donare? Possiamo capirlo ragionando
Nel post PER QUALE MOTIVO DOVRESTI RIMANERE PROPRIO CON QUELLA PERSONA? abbiamo già trovato la risposta ad alcune domande: con quale motivazione, per quale fine si deve amare, se si vuole amare davvero? Per amore dell’altro, abbiamo appurato. E come possiamo farlo, sia in presenza che in assenza di sentimenti che spingano spontaneamente in tale direzione e nonostante la loro incostanza, instabilità e conflittualità? (Vedi i post COME SI FA A RESTARE INSIEME AMANDOSI VERAMENTE? – 2) Bastano i sentimenti o c’è bisogno della volontà? e COME RISOLVERE LE CRISI, I PROBLEMI SENTIMENTALI E RESTARE INSIEME? L’amore è un sentimento o un atto di volontà?). Con la volontà di amare, ovvero la volontà orientata al giusto fine, che sceglie di amare l’altro per amore dell’altro, rinunciando ad anteporre le altre motivazioni sentimentali, egoistiche e di convenienza.
Dunque abbiamo capito che bisogna voler amare l’altro per amore dell’altro. Bene, ma che cosa significa esattamente “amare”? Ho detto che non può consistere nel sentire, ma nel donare, e donare gratuitamente ed incondizionatamente, senza farlo dipendere dal proprio tornaconto, dal benessere materiale o sentimentale che si riceve in cambio o si percepisce.
Benissimo, ma che cosa bisogna donare? Se amare è volere bene all’altro, quale bene occorre dargli nella relazione di coppia? Per capirlo, occorre usare proprio la ragione. A che serve infatti la ragione? A indagare e scoprire la verità (almeno quella autonomamente accessibile ad essa), soprattutto quando è meno evidente o messa in dubbio per le cattive abitudini di pensiero e di vita, per la troppa confusione e le molteplici opinioni contrastanti, come risulta in questo campo.
Quando un’azione è buona o cattiva? Quando ne siamo moralmente responsabili?
Un atto umano, derivante dall’intelligenza e dalla volontà, è caratterizzato da un contenuto e da un’intenzione
Amare è uno degli atti peculiari della persona. Per “atto umano” si intende infatti un atto che coinvolge le facoltà specifiche dell’uomo, ossia l’intelligenza e la libera volontà, quindi è un atto intelligente e volontario, consapevole e libero. In ogni atto umano si possono individuare due componenti fondamentali: la sua materia concreta (o contenuto effettivo dell’atto), e l’intenzione (o forma) con cui viene compiuto[1].
La materia, oggetto o contenuto dell’atto
La materia è l’oggetto, il termine verso cui l’atto tende di per sé, per sua natura, il suo “contenuto”. Risponde alla domanda: che cosa si fa?
Le circostanze dell’azione
L’atto è specificato anche dalle circostanze, cioè dalle condizioni di fatto in cui viene posto, come il luogo, il tempo, il modo, la quantità, l’occasione, le persone coinvolte, le conseguenze prevedibili, ecc. Alcune circostanze incidono in modo sostanziale sulla struttura intrinseca dell’atto, e perciò modificano la sua qualità morale oggettiva (atto oggettivamente buono o cattivo), quindi entrano a far parte dello stesso oggetto o materia, si dice infatti che tali circostanze “passano nella condizione dell’oggetto”, modificando la sua specificazione morale intrinseca, essenziale[2]. Ad es. la violenza diretta contro una persona, nella circostanza in cui questa è innocente, è oggettivamente un male; ma la violenza contro l’aggressore è legittima difesa.
Altre circostanze incidono solo accidentalmente sull’atto, e pertanto possono solo aumentare o diminuire la conformità o il contrasto dell’azione con la norma della retta ragione, rendendo maggiore o minore la bontà o malizia di un atto oggettivamente buono o cattivo, senza cambiarla nell’opposta[3], come regalare o rubare poco o tanto. Oppure rendono oggettivamente buono o cattivo un atto che in sé, considerato astraendo dalle circostanze, è oggettivamente indifferente: ad es. camminare, guidare, guardare, giocare, ecc., sono atti indifferenti, la cui bontà o cattiveria oggettiva dipende dalle circostanze e dall’intenzione.
Vi sono anche circostanze dell’atto irrilevanti dal punto di vista etico, come la marca, il calibro di un’arma da fuoco usata per uccidere e l’orario dell’omicidio, se non alterano minimamente la sostanza del fatto morale (potranno invece essere importanti da altri punti di vista, come quello delle indagini…).
L’intenzione dell’atto
L’intenzione (o forma) è l’orientamento della volontà ad un fine o scopo, ossia la motivazione, la scelta dell’obiettivo per cui viene compiuta un’azione; risponde alla domanda: perché la si fa? L’azione può avere come fine (il motivo per cui la si compie) l’oggetto stesso dell’atto: l’azione è “fine a se stessa”; oppure un altro oggetto: in questo caso il primo è un mezzo (fine subordinato) per raggiungere il secondo, che è il fine (ultimo o di livello superiore).
Un medesimo atto (quanto alla materia) può anche essere ispirato da diverse intenzioni (buone o cattive), e una singola intenzione può ordinare molteplici azioni verso lo stesso scopo (in particolare quello che si è scelto come fine ultimo della propria vita, come vedremo in una futura serie di post).
Quando un atto è intenzionale e ne siamo responsabili?
L’azione a sua volta può essere considerata intenzionale, “fatta apposta”, solo se viene effettuata con la consapevolezza dell’intelletto e il libero consenso della volontà riguardo al suo oggetto. Questa “intenzionalità” però non va confusa con l’intenzione, perché non si riferisce al fine dell’agente, elemento della valutazione morale oggettiva dell’atto, bensì alla responsabilità morale soggettiva o imputabilità della persona che agisce, chiamata a rispondere dei suoi atti, su cui è bene fare qualche precisazione, per chiarezza e completezza.
La valutazione morale soggettiva riguarda la colpevolezza di chi compie un male oggettivo e il merito di chi compie oggettivamente il bene. Ma l’uomo è responsabile dei suoi atti nella misura in cui sono volontari. Perciò la responsabilità personale è determinata dalla consapevolezza (dell’intelligenza) che il soggetto possiede rispetto a ciò che fa, e dal consenso (della volontà) che esercita in tale azione. La consapevolezza è la conoscenza di ciò che si sta facendo.
La maggiore o minore consapevolezza e consenso aumentano o diminuiscono la responsabilità morale soggettiva
La piena consapevolezza e l’ignoranza involontaria
Per avere piena consapevolezza bisogna conoscere pure la qualità morale dell’atto, ossia la sua bontà o cattiveria oggettiva (condizione detta pure “piena avvertenza”). Infatti chi compie una certa azione non sapendo che è sbagliata, pensa di fare il bene, e non è pienamente consapevole.
L’ignoranza, nella misura in cui è involontaria, può quindi attenuare o annullare la responsabilità di un’azione anche oggettivamente grave.
Il deliberato consenso e l’involontarietà
Il consenso è la volontarietà con la quale si compie un determinato atto. Per avere deliberato (cioè totale) consenso, occorre agire liberamente, cioè voler fare ciò che si sta facendo, il consenso deve essere sufficientemente libero perché sia una scelta personale.
Le passioni e i moti della sentimentalità, gravi timori, pressioni esterne e patologie psicologiche possono attenuare o annullare il carattere volontario e libero di un atto.
I fattori che influenzano la responsabilità morale o imputabilità
La consapevolezza e il libero consenso sono le condizioni soggettive indispensabili per determinare la responsabilità di chi agisce. La persona è moralmente responsabile di qualcosa se ha una consapevolezza minima della propria azione e della sua bontà o cattiveria, e un minimo consenso, per quanto imperfetto. Ne ha piena responsabilità morale solo se la compie con piena consapevolezza e deliberato (totale) consenso.
Una persona che non ha, o ha solo parzialmente piena consapevolezza, oppure deliberato consenso circa l’azione che compie e la sua bontà o cattiveria, non è moralmente responsabile, o è responsabile solo in parte della sua azione. In questo caso, se fa oggettivamente il male, soggettivamente non è colpevole o è meno colpevole, mentre se fa il bene non ha merito o ha meno merito.
Perciò la responsabilità o imputabilità di un’azione può essere sminuita o annullata dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dalle passioni smodate e da altri fattori psichici o sociali. Questo è ad esempio il caso di un processo penale, in cui si stabilisce che è stato compiuto effettivamente un reato, ma il giudice riconosce delle attenuanti all’imputato o la sua incapacità totale o parziale di intendere e di volere.
Bisogna distinguere fra la valutazione di un’azione come buona o cattiva in sé, e la responsabilità morale di chi la compie
La valutazione della responsabilità morale soggettiva, della persona che compie un’azione, va distinta dai criteri fondamentali e oggettivi per valutare moralmente un’azione come oggettivamente buona o cattiva (quest’ultima nel linguaggio religioso è chiamata anche peccato), che sono l’oggetto (o materia, contenuto effettivo dell’azione), le circostanze e l’intenzione (fine), detti per questo fonti o fattori della moralità dell’atto.
Un conto è considerare la responsabilità del soggetto agente, un altro è giudicare se un atto è moralmente buono o cattivo in se stesso, oggettivamente. Su questo si fa spesso confusione, ma si deve sempre distinguere l’atto dalla persona che lo compie, il “peccato” dal “peccatore”, come fa pure la Bibbia, già nell’Antico Testamento: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre” (Isaia 5,20); «Io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva» (Ezechiele 33,11); poi in tutto il Nuovo Testamento con le parole e l’esempio e di Gesù, e come ribadisce il Concilio Vaticano II:
“Occorre distinguere tra errore, sempre da rifiutarsi, ed errante, che conserva sempre la dignità di persona, anche quando è macchiato da false o insufficienti nozioni religiose[4]. Solo Dio è giudice e scrutatore dei cuori; perciò ci vieta di giudicare la colpevolezza interiore di chiunque (Cf. Lc 6,37-38; Mt 7,1-2; Rm 2,1-11; 14,10-12)”[5].
Non bisogna giudicare le persone, ma gli atti e le scelte sì, per capire cosa è giusto o sbagliato fare
Quindi, come dice Gesù, bisogna evitare di giudicare e condannare le persone, anche quando di fatto sbagliano, specialmente senza conoscere la loro situazione, la loro coscienza e responsabilità soggettiva, come vedremo: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6,37; cfr. Mt 7,1). «Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!» (Gv 7,24).
Invece non solo è possibile, ma è doveroso e importate giudicare oggettivamente gli atti e le scelte, non soltanto per riconoscere come giusta o sbagliata un’azione già compiuta, ma anche per capire se è bene o male compiere qualcosa attualmente o in futuro, così da poter scegliere e consigliare opportunamente come comportarsi nelle varie situazioni in cui ci si trova a vivere, evitando di ripetere errori. Del resto, se questo non fosse possibile, non esisterebbe alcuna moralità, non si potrebbero stabilire delle leggi che regolino la convivenza civile (leggi umane o civili), e non sapremmo decidere come agire. Perciò è fondamentale capire se un atto è buono o cattivo in sé.
Cosa occorre perché un atto sia buono: l’oggetto, le circostanze e l’intenzione
Affinché l’atto sia moralmente buono, devono essere buone le sue fonti o fattori della moralità: l’oggetto, le circostanze e l’intenzione. Per questo classicamente si dice che “bonum causatur ex integra causa, malum autem ex singularibus defectibus”[6]: per fare il bene, che è perfezione, è necessario il concorso positivo di tutte le fonti della moralità, mentre per fare il male, che è privazione di bene, basta che difetti uno qualunque dei singoli fattori. In altre parole, l’atto deve essere buono sia intenzionalmente che materialmente (oggettivamente).
È buono intenzionalmente se la volontà è intenzionata a perseguire l’oggetto (il contenuto dell’atto) per il giusto fine. È buono materialmente (oggettivamente) se l’oggetto è buono in sé, cioè conforme al vero bene della persona umana, nel rispetto dei beni moralmente rilevanti per essa.
Visto che così il discorso appare piuttosto astratto, facciamo alcune considerazioni ed esempi per capire meglio.
Le azioni possono essere materialmente buone, ma fatte con cattive intenzioni
L’atto può risultare materialmente buono, ma fatto con una cattiva intenzione. In tal caso chi compie l’atto, anche se questo di per sé è buono, lo fa per un fine cattivo, è intenzionato a fare il male, non il bene, e quindi globalmente l’atto risulta moralmente cattivo[7].
Basti pensare a chi offre un dono (in denaro o altro) a una persona per corromperla (indurla a compiere qualcosa di illecito); parla a qualcuno per ingannarlo, rapinarlo o a un bambino per indurlo a seguirlo e fargli del male (questi è appunto un malintenzionato); fa beneficienza solo per mettersi in mostra (vanagloria); o sta con una persona usandola per il proprio benessere solo finché gli pare e piace.
Faccio un altro esempio di situazione che accade spesso e fomenta l’indignazione dell’opinione pubblica: un politico può far promulgare una legge materialmente buona, in se stessa giusta, ma per un fine sbagliato, come l’interesse personale, o per demagogia, per “comprare” gli elettori, anziché per il bene comune. Comunque tale legge non cessa di essere di fatto buona per tutti, e i cittadini, che risentono della giustizia o ingiustizia della legge più che dell’intenzione di chi l’ha promossa, dovrebbero pretendere soprattutto la sua bontà materiale. Quindi i cittadini dovrebbero preoccuparsi della sostanza della legge e dei suoi effetti, non dei motivi che l’hanno ispirata, perché quello è puramente un problema personale della coscienza morale del politico.
Peraltro è assai difficile conoscere l’intenzione di un’altra persona, quindi è un giudizio temerario sostenere senza prove che una persona agisce per interesse o non è “in buona fede” ma in “mala (cattiva) fede”, come si suol dire quando si giudicano appunto l’intenzione e la coscienza di qualcuno.
Un atto può essere materialmente sbagliato anche se fatto per una buona intenzione
Tuttavia, anche se c’è una buona intenzione, l’atto può risultare materialmente cattivo o sbagliato, cioè un male oggettivo.
Esempio: un testimone intende dire la verità, ma in realtà per errore e senza colpa dice il falso, magari perché ha visto o sentito male. Il suo atto è intenzionalmente buono, e inoltre, non avendo né consapevolezza né consenso circa il dichiarare il falso, egli non mente intenzionalmente, e per questo non ne è responsabile moralmente. Ma ciò non toglie che le sue dichiarazioni siano false e che da esse possano derivare conseguenze anche pesanti e ingiuste, come dalla somministrazione accidentale di un farmaco sbagliato o di una sostanza tossica al fine di salvare una persona può derivare la sua morte.
Una volta io volevo tirare un panno sul balcone di mia nonna perché le era caduto, ma per sbaglio nel lancio ho urtato in faccia un mio amico con la mano. Non era un effetto voluto, non l’ho fatto apposta, ma gli ho fatto male comunque. Perciò quel colpo non può essere considerato oggettivamente buono, da ricercare per se stesso, ma piuttosto da evitare.
Il fine non giustifica i mezzi: non è giusto fare il male a scopo di bene
Dunque perché un atto sia moralmente buono non basta la buona intenzione, deve essere buona anche la materia. Altrimenti, con la buona intenzione di donare un organo umano a qualcuno che ne ha bisogno (“a fin di bene”), io potrei pure uccidere una persona, ritenendo di fare una buona azione solamente per il fine che mi sono proposto. Ma al contrario ciò non basta per giustificare un atto del genere: il fine non giustifica i mezzi. Non è giusto fare il male a scopo di bene, perché comunque si compie deliberatamente, volontariamente un male, come chiarisce il filosofo J. De Finance:
La volontà orientata a fare davvero il bene deve volere un fine buono ottenuto con mezzi leciti
“Se la volontà ha di mira anzitutto il fine, abbraccia pure, come abbiamo visto, l’oggetto e le circostanze nel suo campo intenzionale. Molti ladri d’occasione preferirebbero acquistare attraverso vie oneste il denaro di cui hanno bisogno, ma, di fatto, essi acconsentono a un gesto che era in loro potere di evitare. Se dunque i mezzi sono, di loro natura, contrari alla retta ragione, la volontà che accetta di usarli diventa infedele alla ragione e al suo Ideale, per quanto legittimo e santo possa essere in se stesso il fine. Questo è bensì la forma del «voluto» totale, ma non è tutto il «voluto» stesso [che comprende anche l’oggetto e le circostanze].
Diremo di più. Un fine intenzionato attraverso mezzi disonesti e conosciuti [dall’agente] come tali, non può essere veramente intenzionato in quanto fine onesto. Sarà, se si vuole, un fine materialmente onesto, ma non formalmente [l’intenzione non è totalmente onesta]. Infatti, volere un fine onesto in quanto onesto – condizione necessaria per la bontà morale dell’atto – suppone una volontà aperta al Valore e tale apertura è impossibile là dove il soggetto, liberamente e consciamente, applichi la propria volontà a mezzi perversi. Colui che, per amore, viola la giustizia o il pudore, non può pretendere di amare veramente, cioè come una persona esige di essere amata”[8].
Esistono atti intrinsecamente cattivi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni?
Chiaramente l’intenzione del soggetto agente è fondamentale per la valutazione morale, ma ogni atto ha una sua oggettività che deve necessariamente essere presa in considerazione. L’intenzione di fare il bene non rende buono ciò che è intrinsecamente un male: ci sono atti oggettivamente cattivi, indipendentemente dalle circostanze (accidentali) e dalle intenzioni, sempre illeciti per l’oggetto in sé e per sé, come ad es. l’omicidio volontario diretto di un innocente, l’adulterio, lo spergiuro, ecc. Questi atti intrinsecamente cattivi non si devono mai compiere per nessun motivo, perché contraddicono radicalmente il bene della persona (propria e altrui), impedendone la piena realizzazione.
Se si vuole fare il bene, non basta l’intenzione di farlo: bisogna anche ragionare su qual è veramente il bene, altrimenti si possono compiere pure dei mali atroci. Perciò l’atto moralmente buono è quello conforme alla retta ragione, che giudica correttamente secondo l’ordine oggettivo dei beni convenienti alla natura razionale umana.
Quali sono l’intenzione e il “contenuto” nella scelta di amare?
Per quanto riguarda la scelta di amare, nei post PER QUALE MOTIVO DOVRESTI RIMANERE PROPRIO CON QUELLA PERSONA? e COME RISOLVERE LE CRISI, I PROBLEMI SENTIMENTALI E RESTARE INSIEME? L’amore è un sentimento o un atto di volontà? abbiamo già visto come deve essere l’intenzione per essere buona, ovvero per quale motivo si deve amare, se si vuole amare davvero: si deve amare per amore dell’altro, e la volontà che si orienta a questo fine compie la volizione chiamata volontà di amare.
Ma se non si conosce esattamente che cosa significa amare, questa intenzione rischia di rimanere indeterminata, tendente a un fine vago e generico, più che a qualcosa di concreto, e si può anche credere di amare mentre in realtà non è vero.
La volontà di amare ci aiuterà a ragionare su cosa significa amare
Nei prossimi post analizzerò le condizioni affinché la scelta di amare sia materialmente, oggettivamente buona, ossia di fatto, cioè avente per oggetto qualcosa di veramente buono. Queste condizioni dovranno quindi basarsi sulla realtà dell’amore nella relazione di coppia. Una volta conosciute, la volontà di amare potrà divenire da indeterminata a determinata verso qualcosa di ben preciso.
La volontà di amare, l’intenzione buona nella scelta di amare, dà la spinta a ricercare anche la materia buona. L’intenzione è la prima cosa, e per questo ho scritto che la volontà di amare è la soluzione preliminare del problema morale, anche se non ancora completa, perché è il “motore” che dà la spinta iniziale per risolverlo. Infatti l’intenzione spinge a ragionare sui mezzi e a conoscere come realizzare il fine che la volontà ha scelto. Ad esempio, se intendo trovare lavoro, cerco di ragionare sui passi che devo fare, che è necessario compiere per raggiungere quel fine, come studiare, prendere un diploma ed eventualmente una laurea, mandare il curriculum, ecc. Nel caso dell’amore, la volontà di amare induce a ragionare su cosa significa amare, su cosa si deve fare per amare veramente.
Nel prossimo post: VOLONTÀ, RAGIONE E SENTIMENTO – 2) Per amare serve anche la ragione?
- Quali sono le principali facoltà psicologiche umane e come interagiscono?
- Per volere qualcosa bisogna conoscerlo? E per ragionare bisogna volerlo?
- Se abbiamo una volontà libera, possiamo pensare quel che ci pare con la nostra intelligenza?
Vedi l’indice di tutta la serie: AMORE – problemi e consigli
Questi post offrono consigli e riflessioni importanti sui dubbi e problemi in amore, difficilmente trovabili altrove.
Tuttavia, se hai bisogno di aiuto psicologico diretto, ti consiglio di rivolgerti ad un professionista.
Questo sito non è affiliato in nessun modo ad alcun servizio di consulenza psicologica.
Giusto per avere un riferimento, vedi ad es. https://www.unobravo.com/focus/relazioni
NOTE
- Cfr., anche per il seguito del post, B. Mondin, Manuale di filosofia sistematica, vol. 6: Etica e politica, op. cit., pp. 96-109; Joseph De Finance, Etica generale, Gregorian & Biblical Press, Roma 20112, pp. 3238a sua morte. tore della moralità rieno principio del volontario indirettocioè come una persona esige di esser-346. ↑
- Cfr. J. De Finance, Etica generale, op. cit., pp. 329-331. ↑
- Cfr. S. Tommaso d’Aquino, Somma teologica, I-II, q. 18, aa. 3, 5. ↑
- Cf. Giovanni XXIII, Enciclica Pacem in terris. ↑
- Cost. past. Gaudium et spes, n. 28. ↑
- S. Tommaso d’Aquino, Somma teologica, I-II, q. 19, a. 6. ↑
- Cfr. ibidem, I-II, q. 19, a. 7, ad. 3um. ↑
-
J. De Finance, Etica generale, op. cit., p. 336. ↑
